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Nolo solo l'indice Rt, ecco perché la Sicilia è diventata zona gialla

Covid-19

Non solo l'indice Rt, ecco perché la Sicilia è diventata zona gialla

Di Mario Barresi

CATANIA - Non è soltanto per il progressivo calo del famigerato Rt che la Sicilia è diventata zona gialla. Nell’Isola l’indice di trasmissibilità di ogni individuo affetto da Covid (calcolato in 1.04 nella “stima puntuale” e 1.05 negli ultimi 14 giorni considerati), è sotto la media nazionale e quasi rientrato nella soglia d’allerta.

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Eppure, nel “Report 28” di ministero della Salute e Istituto superiore di Sanità (diffuso venerdì sera, con dati della settimana 16-22 novembre), da cui è dipesa l’ultima decisione del ministro Roberto Speranza, gli indicatori decisivi sono anche altri. E sono molto interessanti per chi vuole capire - partendo dal presupposto che, così come la zona arancione non era una ritorsione politica nei confronti delle regioni di centrodestra, la risalita in giallo non è frutto di una ricompensa per il voto unanime in parlamento sullo scostamento di bilancio - quali siano gli oggettivi miglioramenti della “cartella clinica” della Sicilia.

La Sicilia, nella pagella di Roma, passa da una «classificazione complessiva di rischio» definita come «alta» a una «moderata». In questo momento è la più rassicurante d’ Italia, assieme a Lazio e Liguria. Ed è uno status considerato durevole, visto che altre sette regioni, pur condividendo il medesimo giudizio, hanno la specificazione di «probabilità alta di progressione a rischio alto». Per l’Isola si confermano sia la valutazione d’impatto (bassa), sia la probabilità di diffusione, in un contesto in cui alcuni indicatori sono cambiati e altri sono in via di modifica.

Non c’è più lo “scenario Rt”, che a fine ottobre (nel dossier decisivo per la scelta di zona arancione) era a livello 3, fotografando l’Isola in una «situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo», per poi scendere a 2 nel report del 13 novembre. Adesso la Sicilia è scesa a livello 1, il più basso, ma come “compatibilità Rt sintomi puntuali con gli scenari di trasmissione”, un nuovo indicatore (solo in parte assimilabile al precedente) tratto dal documento “Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale”.


La cabina di regia nazionale promuove i progressi della Sicilia. C’entra, com’è ovvio, la capienza di posti nelle terapie intensive e nei reparti Covid. Rispetto ai dati comunicati dalla Regione, infatti, la saturazione delle terapie intensive torna sotto il livello d’allerta (dal 30% della settimana 9-15 novembre al 29% dell’ultima rilevazione del 16-22 novembre, pur con un aumento di ricoveri), mentre le degenze ordinarie, pur salendo dal 36 al 38%, restano di poco sotto soglia.


Ma c’è un numero che, secondo il giudizio dei tecnici nazionali, è stato decisivo per la “promozione” della Sicilia: quello dell’indicatore 2.1. Che misura la percentuale netta di tamponi positivi, escludendo le attività di screening e i test ripetuti più volti sulla stessa persona. Nel penultimo report ogni 100 tamponi c’erano quasi 23 contagiati, adesso meno di 10. Il 9,9%, infatti, è valutabile con un nuovo criterio, che tiene conto dell’«inserimento nel denominatore anche test antigenici rapidi». Questo spiega il dato così basso, a fronte di un aumento del tasso d’incidenza dei positivi per 100mila abitanti: 370,16 la media degli ultimi 14 giorni, 152,14 nell’ultima settimana.

E così nell’Isola è venuta meno una delle due consolidate “allerte di resilienza dei servizi sanitari territoriali”. Resta l’altra, relativa al tracciamento: con 5.602 nuovi casi «non associati a catene già note di tracciamento» sui 7.559 totali della settimana, infatti, viene confermato il 16,4% complessivo di positivi senza una «regolare indagine epidemiologica». Si mantiene alto, seppur inferiore al precedente monitoraggio (467), il dato sui nuovo focolai settimanali: 372. E non si schioda, purtroppo, l’indicatore sulle risorse umane impegnate sul Covid: 1,2 ogni 10mila abitanti. Peggio fa solo la Campania.

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