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Festa in casa con 18 bimbi dell’asilo: poi un papà scopre di avere il virus

Cronaca

Festa in casa con 18 bimbi dell'asilo: poi un papà scopre di avere il virus

Di Redazione

CATANIA -  «Mi sento inerme, la situazione è grave e io non posso fare nulla per risolverla». Il racconto arriva dalla viva voce di un pediatra che sta provando ad assistere 900 bambini da casa. Mario Leggio è in autoisolamento volontario, «una precauzione dovuta, ma sto benone», da domenica scorsa. Fino a quel giorno ha visitato, come fa da sempre, decine di piccoli pazienti di Grammichele e di altri paesi del circondario. Uno dei quali è figlio di un paziente risultato positivo, dopo ben tre tamponi, al coronavirus. Fino a ieri era ricoverato a Milano, con la moglie e il bambino in quarantena.

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La storia è più ingarbugliata. Leggio rivela che «in casa di quella famiglia, lo scorso 26 febbraio, c’è stata una festicciola con 18 bambini. E poi un’altra, all’asilo, con maestre e genitori, il 3 marzo». L’ indomani il pediatra visita il piccolo, con qualche linea di febbre, e anche il padre ne approfitta per farsi dare un’occhiata. «Gli dissi subito che non mi convinceva: sintomi influenzali, ma con il respiro sospetto. Gli consigliai di fare una radiografia al torace e di non partire». Già, perché «la famiglia doveva andare a Milano per un viaggio di lavoro, legato all’attività del papà, una farmacia adesso chiusa e con i dipendenti in quarantena».

Appena appreso della positività dell’uomo (che adesso sta meglio), Leggio avverte genitori e scuola. E Grammichele scatta il panico. Ma stavolta non può visitarli, i suoi piccoli pazienti. Si sente un leone in gabbia. In quarantena volontaria, «anche se nessuno me l’ha mai chiesto», lui che è stato il «dottore buono che cura tutti i bambini del mondo» quand’era in trincea al Cara di Mineo. E infatti la prima cosa che fa, dopo essersi rintanato in casa, è chiedere un tampone urgente per una bimba della classe, «con un neuroblastoma, in trattamento all’Oncoematologia del Policlinico di Catania». Ma la risposta di tutte le autorità sanitarie è stata: «Non si può fare, perché non ci sono sintomi». La stessa risposta ricevuta per se stesso: «È allucinante che non facciano i tamponi ai medici. Se io fossi negativo potrei tornare a occuparmi dei miei 900 pazienti».

«Così il sistema va in tilt. Stanno sottovalutando il problema - sbotta Leggio - senza garantire la prima linea, medici di base e pediatri, per arginare l’epidemia». Ieri da casa ha fatto «un centinaio di triage telefonici, mentre per le visite mi affido alla disponibilità dei colleghi». Che condividono il medesimo stato: «Siamo senza presìdi di protezione, per la tutela nostra e dei piccoli pazienti, non c’è nemmeno una mascherina di protezione».

Twitter: @MarioBarresi

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