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Francesco De Gregori: «L'Italia musicale migliore dell'Italia reale»

Il celebre cantautore si confessa alla vigilia dei suoi tre concerti siciliani

Francesco De Gregori: «L'Italia musicale migliore dell'Italia reale»

Ufficialmente non si chiama “Francesco De Gregori & il suo Quartetto”, ma se avesse voluto avrebbe potuto battezzarlo così. Arriva in Sicilia colui che ama essere “per brevità chiamato artista”, con una nuova formazione ristretta, quasi acustica, eppure già magnificamente rodata, che sta raccogliendo esauriti e consensi in tutta la Penisola. De Gregori, alla vigilia del debutto sull’Isola, ha concesso in esclusiva a “La Sicilia” la sua unica intervista dell’estate.

Francesco, qual è l’idea di spettacolo che porti in tournée in questa occasione?
«Ho voluto replicare ciò che l’anno scorso avevo sperimentato in alcune date in Europa e negli Stati Uniti, suonando con un gruppo ridotto e senza la batteria, un fatto che a prima vista può sembrare un piccolo sacrilegio. Grazie a quei concerti ho capito che la cosa funzionava e infatti a questo punto del tour sono molto soddisfatto, prima di tutto perché penso che siamo veramente diventati più bravi ad interpretare la nuova situazione musicale e che ci stiamo vicendevolmente capendo sempre di più. E poi perché la risposta del pubblico è straordinaria. Erano anni che non incontravo un entusiasmo del genere, a ogni tappa della tournée».

Come lo spieghi?
«Beh, sarà merito del nostro infinito talento… ma soprattutto, e a parte gli scherzi, credo dipenda dal fatto che essendo in pochi a suonare sul palco ogni musicista ora gode di uno spazio maggiore a sua disposizione. Prima c’erano più chitarre, fiati, un violino, i cori e questo produceva molto suono, ma sacrificava le singole parti. Trovo che adesso i pezzi, e in particolare la mia voce, arrivino a chi ascolta con una potenza straordinaria. E dal momento che i testi sono parte sostanziale delle mie canzoni, trovo che adesso vengano recepiti in modo ancora più diretto e privo di mediazioni».

Pescando nel tuo sterminato canzoniere, come hai scelto i brani da suonare in questo tour?
«Ho cercato di comporre una scaletta di brani che vada “in discesa”, o “in salita”, a seconda da come la intendi. Comincio con pezzi non molto conosciuti, come “Numeri da scaricare”, “Caterina”, “Gambadilegno”. Così si crea questa aspettativa che, dopo quattro o cinque canzoni, viene risolta perché comincio a proporre i titoli che la gente conosce. E’ un meccanismo abbastanza micidiale, che un po’ ho studiato a tavolini, un po’ ho messo a punto lungo la strada. Davvero: a questo punto del tour non ho niente di cui lamentarmi. Sono uno a cui piace cambiare, ma posso confessarti che sicuramente, quando registrerò dei pezzi nuovi, la base di partenza sarà proprio questo formato musicale».

Parliamo di quella che è stata la sorpresa dei tuoi concerti nell’ultimo anno: la regolare apparizione di tua moglie Chicca a fine della serata e il vostro duetto in “Anema e Core”, ormai atteso come la famosa ciliegina sulla torta…

«… e giustamente, perché lei è sempre più brava - e non lo dico da sposo, ma da musicista. A lei piace moltissimo, ed è diventata molto più espressiva e anche compiacente verso il pubblico. Al punto che adesso suona anche il tamburello e fa i coretti su “Rimmel”, che peraltro è una canzone che ho scritto quando Chicca ancora non stava con me, cosa questa che l’ha divertita ancora di più. Del resto le ragazze fanno così…».

E lungo questo nuovo giro d’Italia cosa osservi? Un punto di vista fuori palco…
«Come artista al lavoro, vedo un Italia bellissima. Grande professionalità di chi organizza, straordinario calore da parte del pubblico. Dieci anni fa non era così. Se l’Italia politica e sociale somigliasse minimamente all’Italia musicale, saremmo molto più tranquilli. Per il resto continuo a leggere i giornali, ma non riesco ad andare più in là di un’idea di base: la mia estrazione è quella di uomo di sinistra, del tutto incompatibile con certe uscite xenofobe o razziste che ascoltiamo in questi giorni. Però un’idea precisa di cosa stia accadendo non ce l’ho e credo che in realtà non ce l’abbia nessuno. C’è molta gente che parla, insulta, difende, mi pare senza grande costrutto. Di fatto credo che da un governo di destra certi segnali devi aspettarteli – se non fosse che in Italia non siamo abituati ad avere un governo di destra. I politologi se ne sono sempre lamentati: la mancanza di una destra in Italia, che ha drogato il dibattito politico. La democrazia cristiana non era un governo di destra, neanche Berlusconi era veramente di destra, ora invece abbiamo un governo di destra, che potrebbe anche essere di estrema destra. A questo punto non mi sorprendo più di nulla, ma nulla in effetti mi interessa così profondamente. La mia idea pessimistica è che siamo fritti, non solo in Italia, ma in Europa. E dunque, come diceva Eugenio Finardi: “extraterrestre portami via”».

Uno stato d’animo preoccupato. Che ti rende più faticoso fare il tuo lavoro, in questi mesi?
«Ma no, al contrario, questo tour mi sembra una vacanza. La scorsa estate non ho fatto concerti e, appunto, sono ufficialmente andato in vacanza: sono stato di qua, sono stato di là, ma in buona sostanza mi sarei ammazzato. Cosa c’è di meglio che andare in giro a suonare, vedere l’Italia attraverso il tuo lavoro, accompagnato da tua moglie e con un gruppo di persone che sono solidali e amiche? Quando le cose vanno così bene, la sera a me il concerto sembra che duri venti minuti. Nemmeno sudo. E mi pare di suonare a casa mia».

Che libri hai messo in valigia per affrontare questo giro d’Italia?
«Ho portato con me i “Racconti di mare e di costa” di Conrad e un libro di racconti di Stevenson. E poi, siccome sono ho fatto un concerto al Vittoriale, ospite di Giordano Bruno Guerri, ho comprato alcuni dei volumi che ha dedicato alla figura di Gabriele D’Annunzio. Li ho letteralmente divorati. Ho scoperto un uomo compromesso con tante cose: con la sua vanità, con la dipendenza dalle donne, dalla cocaina, dalla scrittura. Ma anche uno spirito libero e indipendente, che oggi soffre della damnatio memoriae prodotta dal fatto che gli ignoranti pensano che lui fosse fascista. Cosa non vera, perché già nel ’22 D’Annunzio prese le distanze da Mussolini e si chiuse al Vittoriale a farsi gli affari suoi. Era un uomo all’avanguardia e credo un personaggio nodale per il passaggio dal Novecento al Novecento».

Ora ti accoglie la Sicilia…
«Posto di musicisti, di gente che sa di musica. Nata e cresciuta immersa nella musica. Dunque un pubblico di grande competenza».

Hai seguito la recente vicenda mediatica attorno alle condizioni di salute di Franco Battiato?
«Purtroppo, quando uno è una persona pubblica, non viene rispettato nemmeno nei momenti più delicati. Ho sempre vivo il ricordo della foto del cadavere straziato di Pier Paolo Pasolini, sbattuta sulla copertina di un settimanale. A Battiato formulo solo i miei auguri più affettuosi. E’ un amico: finché non l’avevo conosciuto, avevo di lui l’idea di santone. Invece ho scoperto un personaggio divertente, brillante acuto. Ed elegantissimo. Ecco: voglio dichiarare la mia ammirazione per l’eleganza dei siciliani, un fattore naturale e condiviso. Per quell’approccio sorridente ed educato che hanno tutti gli abitanti dell’isola. Dal notabile al più umile».

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