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Storia di Agata, nata a Galermo e martirizzata il 5 febbraio del 251

Di Redazione

Dai documenti storici si ritiene che Agata possa essere nata nella frazione di Galermo (oggi S. Giovanni Galermo) e sappiamo con certezza che il suo martirio avvenne il 5 febbraio del 251. Ed anche se la storia e i tormenti di Agata sono a tutti noti, perché non rievocare, ancora una volta, in occasione dei suoi festeggiamenti, qualche fatto straordinario?

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Agata nacque da stirpe nobile e cattolica, alcuni dicono dalla famiglia romana dei Colonna. Quando nel 249 scoppiò la persecuzione di Decio, fu arrestata dai messi della polizia municipale (“apparitori”) a Galermo e venne condotta dal console Quinziano, Governatore di Catania, il quale, dopo inaudite torture, la condannò alla pena capitale.

 

Agata spirò, tra atroci tormenti, alle ore 13 di mercoledì 5 febbraio 251. A Catania, nel 252, un anno dopo la morte di S.
Agata, i cristiani si preparavano a solennizzare il primo anniversario del martirio, quando l'Etna, entrato in eruzione, minacciò di distruggere Catania. Essi, ricordando l'iscrizione della tavoletta «Agata sarà la liberazione della patria», corsero al sepolcro, ne portarono via il velo che lo ricopriva e lo presentarono dinnanzi al torrente di fuoco che incombeva.

 

La lava, che stava invadendo la città di Catania, miracolosamente si arrestò dinnanzi al sacro velo. Da quel momento (anno 252) Catania, in segno di vivo ringraziamento e di grandissima devozione verso S. Agata che aveva salvato la città dalla distruzione, pur serbando il suo nome, che in greco vuol dire «sotto l'Etna» (katà Aitna), inserì in alto nel suo stemma una grande A (che è l'iniziale del nome Agata), che a distanza di 1.768 anni tuttora conserva. Per tale inserzione della A nello stemma cittadino, simbolo di Catania, effettuata nel 252 dai catanesi che posero la città sotto la sua protezione e sotto il suo patrocinio, si può affermare che S. Agata divenne patrona di Catania nell'anno 252, un anno dopo il martirio.

 

A riprova del fatto che S. Agata divenne patrona di Catania in tale anno è da ricordare che la prima festa di S. Agata, nell'anniversario del martirio, ebbe luogo il 5 febbraio dell'anno 252 e che la festa fu civile e cittadina, festa della liberazione
della patria per il miracolo compiuto e non solo religiosa e cristiana.

 

Lo svolgimento della sacra funzione effettuata in quella data e di tutta la liturgia usata a Catania, prese forme e maniere sempre più solenni, con mutazioni opportune ma anche più varie e libere, nelle altre chiese e specialmente a Roma, dove S. Agata fu presto conosciuta e amata, finché S. Gregorio Magno vi apportò quella riforma liturgica rimasta tuttora stabile.

 

Dopo la morte, nel 251, Agata venne imbalsamata con aromi e unguenti e fu sotterrata, dopo essere stata deposta in un sarcofago nuovo, grande, bello, adorno di sculture e simboli, ma di stile pagano, e vi si pose un velo rosso cupo, quella striscia di stoffa che fermò più volte la lava fuoruscita dall’indomabile Etna.

 

Venne sepolta nelle Catacombe Cristiane nella collina “S.Domenico e Cappuccini” (vicino alla Chiesa di S.Vito nei pressi di via Roccaromana, accanto ad una fanciulla di nome Iulia Fiorentina (come leggiamo in un loculo rinvenuto durante gli scavi del 1938 all’inizio di via Roccaromana) e vicino al Compatrono, il martire Diacono Sant’Euplo. Dopo l’editto di Costantino (313) il corpo fu portato nella Chiesa di S. Maria di Betlemme sita allora nell’attuale Via omonima S.Maria di Betlemme, successivamente distrutta.

 

Tra il IV e il V secolo il corpo fu trasferito nella Chiesa di S.Agata La Vetere; dopo il ritorno da Costantinopoli (1126) infine nell’attuale Cattedrale. Il generale bizantino Giorgio Maniace il 6 Gennaio del 1040, fra il pianto dei catanesi aveva portato il corpo della nostra Patrona S.Agata, come trofeo di guerra, a Costantinopoli. Sul luogo dell’imbarco venne eretta nel 1021, regnando Filippo IV di Spagna per decisione di don Francesco Saverio Aragona, capitano d’armi di Catania, un mezzo busto marmoreo di S.Agata, che può essere ammirato tra i civici 25 e 27 di Via Dusmet. Appena partito si sollevò in mare una furiosa tempesta e dovette ritornare sulla terra e venne custodita in una casetta ove fu costruita una cappella a ricordo, sita al n. 101 della stessa Via Dusmet.

 

Dopo 86 anni le sacre reliquie rientrarono in patria e furono consegnate il 17 agosto del 1126 al Vescovo Maurizio, il quale, in una lunga lettera scritta a tutto il popolo catanese (vedasi “Catania illustrata”: Viti, M. Amico, ex Statella, Priore benedettino, Catania 1741) racconta le vicende delle reliquie e il loro ritorno a Catania (vedasi Archivio storico per la Sicilia Orientale). Lo storico Trombatore ci informa che il Senato catanese (l’attuale consiglio comunale) nell’anno 1554 decretò che adeguatamente si festeggiasse il 17 agosto di ogni anno il fausto ritorno delle sacre reliquie con cerimonie religiose e processioni in riva al mare. Anticamente la sera del 16 Agosto di ogni anno lo “scrigno”di S. Agata, che contiene alcune reliquie di S. Agata, si portava in semplice processione dal Duomo alla Basilica-Santuario di Maria SS. Annunziata al Carmine in Piazza Carlo Alberto, ove le sacre reliquie rimanevano esposte, durante tutta la notte, alla venerazione dei fedeli e sino al mattino del 17 agosto.

 

Durante la veglia notturna venivano letti alcuni passi della Sacra Scrittura o Bibbia, intercalati dal canto dei Salmi Penitenziali. La mattina, poi, del 17 agosto le reliquie facevano solenne ritorno, con la partecipazione del Vescovo (che camminava a piedi scalzi). Durante l’eruzione del 1669 il mezzobusto reliquario e le altre reliquie di S. Agata furono portati il 1° Aprile dal Vescovo Michelangelo Bonadies unitamente al Clero e al Senato catanese e furono conservati al sicuro nella Chiesa dedicata alla natività della Beata Vergine Maria, costruita nel 1392 sui ruderi dell’antichissimo tempio di Athena Lonatius. Il 16 Agosto dello stesso anno, poi, furono riportati in Cattedrale e sostarono davanti alle rovine del tempietto del dio Rotolo, indi il corteo si snodò per via Vecchia Ognina fino alla Porta di Jaci dove vennero poste sopra il fercolo, che durante la predetta eruzione era stato conservato nella Chiesa Basilica Santuario dell’Annunciazione al Carmine in Piazza Carlo Alberto.

 

Una precisazione va fatta per quanto concerne il “sacco” che indossano i fedeli durante i festeggiamenti: trattasi del “sacco penitenziale” il quale altro non è che:

a) il “saio penitenziale o cilicio” di una volta;

b) il“sakkos” bizantino-greco cioè una “veste liturgica e teologicamente ricca”, ecco perché si benedice;

c) l’antico“perizoma”, cioè il sacco fatto di stoffa molto ruvida“ vera tela di sacco” che, come ci fa sapere Henri Daniel Rops, celebre storico-saggista francese, accademico di Francia nel 1955, gli uomini e le donne si avvolgevano intorno alle reni nei giorni di lutto e di penitenza.

Il colore bianco indica: scienza, purezza, religione,speranza; la berretta scura vuole indicare la cenere (anticamente si metteva nel capo come segno di penitenza) ed il cingolo la castità. Già Alvaro Paternò, nel suo cerimoniale della prima metà del 500, scriveva: «Ora da qualche tempo è invalso l’uso di andare alla festa di S. Agata coperti et vestiti cum saki di disciplina» (cioè di penitenza).

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