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Inchieste

Gli istituti tecnici in Sicilia, dall'orgoglio alla rivolta culturale: «Qui non fa una scuola di serie B»

Di Pierangela Cannone

CATANIA - Gli istituti tecnici sono pronti ad alzare la testa, e non in segno di prepotenza né tanto meno di sfida. Bensì stanno acquisendo maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità. Guardano, però, ancora trasognanti il prestigio riconosciuto agli istituti professionalizzanti del Nord, laddove la cultura industriale è alla base di ogni visione in prospettiva, rimboccandosi le maniche affinché anche qui possano risalire la china. E ce la stanno mettendo tutta affinché si superi, ed anche in fretta, quello che, a conti fatti, è solo un retaggio culturale, che risulta essere incancrenito nel sentiment collettivo.

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«Non è vero che gli istituti tecnici sono scuole di “serie B” rispetto ai licei, anzi. A piccoli, ma significati passi - afferma il dirigente dell’industriale “Marconi-Mangano” di Catania, Egidio Pagano - si è “ponti” con le imprese, tant’è che il prossimo mercoledì 32 studenti firmeranno il loro primo contratto di apprendistato con aziende del territorio, alcune delle quali operano anche a livello internazionale. Essere riusciti a collegare l’istituto alle imprese è un punto di forza. Di certo in città più industrializzate come Milano, Bergamo e Torino le opportunità sono maggiori, ma qui si procede spediti. La bravura degli studenti, quindi, è un dato di fatto». Ma non è tutto: «Negli istituti tecnici - scandisce Pagano - si iscrivono ragazzi validi e studiosi, tant’è che in molti, dopo la Maturità, vanno in Ingegneria, conseguendo ottimi risultati. Alcuni ex studenti, oggi giovani imprenditori, sono diventati nostri partner».

Questione di nomea, quindi. Un gap che andrebbe risanato sin dall’istruzione media inferiore, laddove va fornita alle famiglie maggiore contezza delle attività didattiche, teoriche e pratiche, svolte dagli istituti tecnici. Va, comunque, riconosciuto che «i ragazzi che si iscrivono nei licei - prosegue il dirigente dell’ Industriale “Marconi-Mangano”- sono ben più disposti ad acquisire competenze teoriche, mentre quanti prediligono gli studi tecnici preferiscono unire la teoria alla pratica. È una questione di attitudine, che è il valore aggiunto di ogni studente. Il cliché secondo cui i “bravi” vanno ai licei è un modo antiquato di intendere l’istruzione superiore. Mi auguro che, col tempo, si attui un’inversione di tendenza. Intanto, va detto con testardaggine che i nostri studenti sono bravi quanto altri. Che si punti a valorizzarne le competenze specifiche, piuttosto che dare seguito ai luoghi comuni».

Un impegno che viene confermato dallo sforzo di docenti e dirigenti, che si spendono quotidianamente per valorizzare e dare un seguito alle attività degli istituti in cui operano. «Lavoriamo sodo per far sì che la scuola abbia il riconoscimento che merita - dice la dirigente del tecnico economico e tecnologico “Gemmellaro” di Catania, Concetta Valeria Aranzulla -. Buona parte del corpo docente è composto da professionisti che operano sul campo, come commercialisti, avvocati, ingegneri e architetti. La loro esperienza diventa, quindi, un valore aggiunto da trasmettere agli studenti. Non comprendo, quindi, perché l’opinione pubblica debba ancora sminuire gli istituti tecnici, intendendoli alla stregua di scuole di frontiera».

Com’è dunque possibile superare il retaggio culturale che inficia il “rating” delle scuole tecniche? «Si deve puntare sull’orientamento in uscita - afferma Aranzulla - e progettare attività che mettano in luce gli sbocchi nel mondo del lavoro. Va detto, anche, che gli studenti del tecnico imparano materie innovative, laddove la progettualità di una scuola tecnica fa leva sulla pratica, così da permettere a un ragazzo di immettersi nel mondo del lavoro in modo più spendibile. E al Nord questo lo hanno già capito da tempo perché, rispetto alla Sicilia, hanno una marcia in più, forti della presenza massiccia di fabbriche e industrie», ma qui c’è comunque capitale umano su cui si deve continuare a investire.

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