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Musumeci: «Siracusa avrà un nuovo ospedale»

Politica

L'“arancino” è andato a male, incognita sovranisti e ora Musumeci punta tutto sui moderati

Di Mario Barresi

Catania. «Il governo Musumeci, per noi, è un tesoro. Senza di lui, quello che abbiamo non l’avremmo».

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Chi l’ha detta questa frase? Non il delfino Ruggero Razza, ormai giubilato dal supplizio del contaposti negli ospedali. Né Toto Cordaro, che, nella deliziosa definizione del suo leader Saverio Romano, «ha una concezione sin troppo ortodossa del ruolo di assessore di Nello».
E allora chi? Gianfranco Miccichè. Liberissimi di non crederci. Ma la prova è su Facebook, alla pagina di Marco Falcone, nel video dell’assemblea etnea di Forza Italia, chiusa dal viceré azzurro di Sicilia. «Siamo attrattivi perché non litighiamo», il nuovo mantra pacifista.

Miccichè e gli altri. Berlusconiani, centristi, moderati, democristiani nell’anima: oggi sono la polizza più affidabile (ed è tutto dire) per la ricandidatura nel 2022. Ma chi glielo doveva dire a Nello Musumeci? Il primo ex missino a Palazzo d’Orléans, il «fascista galantuomo» che sussurrava ai cavalli (di razza) sovranisti, il promesso sposo di Salvini dopo aver nominato il primo assessore leghista della storia della Sicilia, l'autore di Il Notabile, saggio sul gerarca di Scordia, "Don Popò", appena dato alle stampe. Lui, incoronato governatore dopo il pluricitato “patto dell’arancino” - il copyright, sommessamente, lo rivendichiamo - al tavolo di una trattoria a Catania, con Matteo Salvini e, ancor di più, Giorgia Meloni sponsor e alleati di ferro. Ma, per definizione, quella palla fritta con dentro riso e ragù va gustata calda. Chi pensa di surgelarlo, l’arancino, per poi mangiarselo riscaldato, commette un errore. Oltre che un delitto per il palato.

Così è stato per Musumeci. Che ha prima rifiutato, implorato da Raffaele Stancanelli, di entrare dalla porta principale «in un partito che rimane al 2-3 per cento», ovvero Fratelli d’Italia che oggi sfida la Lega per la supremazia nel centrodestra. E poi ha cincischiato - mentre sui social l’odio contro l’odiatore Salvini lo massacrava, con un odioso processo alle intenzioni - nel rispondere all’offerta di federazione con il Carroccio. Ora, il contrappasso: sono proprio i sovranisti, nelle cui schiere siciliane militano in tanti vicini al governatore per storie e pantheon, le mine vaganti degli ultimi due anni di mandato e soprattutto dell’idea di fare il bis. Nell’Isola la nuova “Lega Lombardo” (gli autonomisti che accettano entusiasti la stessa proposta rifiutata da Musumeci) nasce con un vagito di guerra. «Vogliamo governare la Sicilia», scandisce Salvini, che non fa mistero di avere in tasca la golden share sulla scelta del prossimo candidato governatore nel tavolo dei leader di centrodestra. E se Stefano Candiani, inascoltato grillo parlante di un «presidente che deve cambiare passo», sta per tornarsene a Tradate (sfida fra Nino Minardo e Fabio Cantarella per la successione al vertice della Lega), in eredità lascia un patto d’acciaio con gli eredi di Raffaele Lombardo, tutt’altro che disposti ad accettare il Musumeci-2 per d’inerzia. Alzeranno il prezzo. Tanto più che gli autonomisti, che resteranno distinti dai leghisti, si rafforzano (entra Totò Lentini; corteggiamento, spinto e ricambiato, con Luigi Genovese) a tal punto da pensare di staccarsi dai Popolari. Una scelta coerente, dopo il patto con la Lega; ma, come tutti i separati in casa, nessuno vuole fare il primo passo.

E poi c’è il “fattore C”. Come Cateno. De Luca. Il sindaco di Messina, adorato da Salvini, sul Covid fa un’opposizione persino più fragorosa di M5S e Pd. Ormai un cult-trash il video in cui chiede all’assessore alla Salute la rimozione del manager dell’Asp. Ma nel Pizzo Magico musumeciano, pur detestandolo, non temono “Scateno”: lo considerano più che altro un Joker che i nemici buttano nella mischia contro Batman-Musumeci e Robin-Razza. Lo scenario più rischioso, però, è un altro. E cioè che l’asse Lega-Mpa trovi un’altra robusta sponda in FdI. Su quella riva c’è già Stancanelli, soldato giapponese trapiantato a Bruxelles, che aspetta. Collezionando, su un numero che pare il centralino di Portobello ai tempi d’oro, decine di chiamate di chi gli dice, a metà fra l’invocazione e la rassicurazione: «Altri cinque anni così non li faremo!». Più laiche le posizioni di altri meloniani come Salvo Pogliese, sogno ormai proibito per il dopo-Nello. Il problema, infatti, è il nome dell’alternativa. Non ce n’è. E per averne uno all’altezza bisogna evocare il magistrato Massimo Russo, che ha più volte smentito seccamente un ritorno in politica.

In questo circolo frondista Miccichè è l’incognita. Potrebbe diventare il picconatore definitivo di Musumeci, ma oggi - paradossalmente - è il suo alleato migliore. Forza Italia s’è molto rafforzata dopo la campagna acquisti all’Ars, dove Gianfranco vorrebbe tornare per la terza volta sullo scranno più alto. Ed è più semplice che ci riesca come contrappeso di Musumeci rieletto. Il governatore si rafforza anche con la mossa centrista della “Carta dei valori”. Mimmo Turano (assessore udc, che ha avuto il compito di "notificare" il nuovo cantiere centrista al presidente della Regione, che ne avrebbe preso atto «come un fatto positivo») a cose fatte scandisce: «Noi restiamo assolutamente leali. Il centrodestra siciliano ha solo un punto di forza: il governo Musumeci». E anche il grande capo di Cantiere Popolare, Romano, rassicura: «Noi siamo leali al voto del 2017». Anche se bisbiglia: «Cosa diversa è immaginare una prospettiva fra due anni...». Il governatore, in attesa di capire il destino degli ex grillini di Attiva Sicilia, conta anche sull’idilliaco rapporto fra Nicola D’Agostino e Razza. Il blocco moderato penderà a destra? Il capogruppo renziano all’Ars scandisce: «Non siamo noi a guardare a Musumeci, ma è lui, come chiunque altro, a dover guardare a noi».

Questo passa, per ora, il convento. E il governatore, aspirante sovranista mancato, prova a blindarsi parlando una lingua sconosciuta: il democristianese.

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