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All’estero e ritorno per “salvare” il mare della sua Sicilia

E' la storia di Valentina Lauria, 39 anni, palermitana, che dopo una laurea in Scienze ambientali con indirizzo in Ecologia marina, dopo aver lavorato con diversi progetti nei mari del Nord, ha scelto di ritornare e lavorare nella sua terra

All’estero e ritorno per “salvare” il mare della sua Sicilia

Laurearsi in Scienze ambientali, lavorare all’estero, rinunciare a proposte di lavoro allettanti e scegliere invece di tornare nella natia Sicilia, da precaria, per mettere a frutto nella propria terra l’alta professionalità acquisita. Quella della 39enne palermitana Valentina Lauria dovrebbe essere il normale percorso (esperienza all’estero e rientro) dei ricercatori, ma nell’Italia della fuga dei cervelli è invece una scommessa quasi azzardata.

«Mi sono laureata a Palermo - racconta - in Scienze ambientali con indirizzo in Ecologia marina. Poi ho fatto un master privato di un anno e mezzo in gestione sostenibile organizzato da Arpa Sicilia e Orsa. Però avevo sempre avuto il desiderio di andare all’estero e, quindi, ho fatto domanda come giovane neolaureata per una borsa di approfondimento all’estero bandita dall’università di Palermo, che mi consentiva di stare sei mesi all’estero». Vinta la borsa, Valentina Lauria - «con una sola valigia. L’idea era rimanere fuori solo sei mesi» - è partita per Lowestoft, paesino inglese sul Mare del Nord dove si trova il Center for Environment, Fisheries and Aquaculture Science: «Era gennaio e mi sono scontrata subito con l’impatto devastante di un mare e un cielo grigi. Inoltre, la mia conoscenza dell’inglese era scolastica: i primi tempi sono stati molto duri». Il progetto di Valentina Lauria, prolungato in seguito di altri 4 mesi, consisteva nel realizzare un modello eco-sistemico per la gestione della pesca applicato al mare celtico, «un approccio che in Nord Europa è abbastanza diffuso e applicato, mentre nel Mediterraneo ci stiamo arrivando soltanto adesso». L’intento era imparare queste tecniche per poi applicarle al Mediterraneo meridionale. Ma «mi sono resa conto che, a differenza del sistema italiano molto gerarchico, lì si punta sulla meritocrazia e ti vengono date tantissime opportunità. Ho constatato che c’era una facilità notevole nello spostarsi per lavoro, cosa che in Italia, quantomeno in Sicilia, non avviene: e questo a me, giovane laureata piena di entusiasmo, è piaciuto. Alla fine del progetto, poi, un collega mi ha fatto notare che all’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer, centro di ricerca molto famoso in tutto il mondo, potevano essere interessati a quello che stavo imparando. Ho mandato il curriculum e mi hanno proposto un progetto per 9 mesi». Opportunità che la giovane siciliana non si è lasciata sfuggire, trasferendosi così a Boulogne sur Mer «senza passare da casa». Anche in quel caso, «un paesino molto piccolo sulla Manica, molto freddo, dove ho lavorato su un progetto europeo.Verso la fine del contratto, mi hanno prospettato un rinnovo». Ma Valentina Lauria voleva fare il dottorato di ricerca e per questo aveva presentato domanda all’università di Plymouth, «uno dei posti più importanti per la biologia marina in Inghilterra e centro di eccellenza a livello mondiale». Al colloquio, i candidati erano tre: due inglesi, quindi madrelingua, che avevano studiato e fatto il master lì, e la siciliana «con il mio inglese ancora un po’ stentato e senza conoscenze in quell’ateneo.

Con la convinzione di non avere alcuna possibilità di vincere, ho fatto il colloquio e sono tornata in Francia. E invece, dopo un paio di giorni mi hanno offerto la borsa di dottorato. Era come se avessi vinto la lotteria della ricerca». La dottoranda doveva occuparsi di un progetto che svelasse come mai alcune specie di uccelli marini non si riproducevano più e stavano diminuendo in popolazione. «Ho vissuto a Plymouth per 3 anni e mezzo, perfezionando il mio inglese, scrivendo articoli e ho passato l’esame di dottorato a pieni voti: una esperienza molto impegnativa ma anche molto bella». Soltanto una settimana dopo avere discusso la tesi di dottorato, a riprova che «le opportunità, se uno se le sa cercare, all’estero ci sono», a Valentina Lauria erano già stati offerti un contratto a tempo indeterminato («per un ricercatore il sogno della vita») in un ente irlandese che si occupa di certificazioni di qualità del pescato, rifiutato però dalla siciliana, e un post dottorato all’università di Galway, in Irlanda: «Un progetto molto carino di ricerca che prevedeva di utilizzare i modelli di habitat sugli scampi per monitorare la loro distribuzione lungo le coste dell’Irlanda, ma anche per utilizzare quello che normalmente viene scartato dai pescatori, quindi gli scampi sotto taglia pescati e ributtati in mare dove muoiono, per ripopolare aree che prima erano produttive per la pesca e ora non lo sono più». Un progetto che ha testimoniato, con i suoi risultati, «che quello che normalmente viene scartato può essere utilizzato per rendere un sito nuovamente produttivo».

Finito il post dottorato in Irlanda, Valentina Lauria aveva nel frattempo ripreso i contatti con il Cnr-Iamc di Mazara del Vallo, creando una collaborazione tra l’Istituto marino dell’università di Plymouth e il Cnr: «Ho così ottenuto un assegno di ricerca col Cnr per un progetto in cui sono occupata di impatto della pesca sui coralli di acque profonde». Finito l’assegno di ricerca, «la mia tutor mi ha mandato il bando della Fondazione con il Sud teso al rientro dei cervelli in Italia: in sole tre settimane ho stilato il progetto di ricerca - della durata di 3 anni - su cui sto lavorando e che mette insieme tutte le competenze che ho raccolto nei 9 anni di vita all’estero per trovare un modo di gestire la pesca nel Mediterraneo centrale in maniera sostenibile, utilizzando l’approccio eco-sistemico». Un lavoro che si avvale dei dati raccolti dal Cnr dal 1994 al 2016: «In parole molto semplici, sto studiando la comunità di pesci - crostacei, squali, razze - che ci sono nello stretto di Sicilia, dividendola in sub-comunità, perché ho visto che negli ultimi 15 anni la popolazione marina si mantiene stabile per distribuzione spaziale e per composizione».

Un rientro in Sicilia, dunque, per mettere a frutto le competenze acquisite all’estero e “ripagare” questa terra degli investimenti profusi nella preparazione della ricercatrice. Una generosità non totalmente ricambiata dall’Italia: «Ho fatto anche un concorso per diventare ricercatore a tempo indeterminato nel 2016, ma non l’ho vinto. Oggi sono precaria all’Istituto per le risorse biologiche le biotecnologie marine (Irbim) del Cnr, ma in questo momento è in fase di applicazione il decreto Madia e io rientro tra il personale che deve essere stabilizzato entro dicembre 2018, nonostante sia stata assunta con chiamata diretta in quanto vincitrice del grant con la Fondazione con il Sud per il rientro dei cervelli. Nel frattempo, in ogni caso, continuo il mio progetto di ricerca per un altro anno e mezzo con il contributo di più di 200mila euro portato da me al Cnr (190mila dalla Fondazione con il Sud e un cofinanziamento di altri 25mila euro)».

Valentina Lauria è «contenta di essere rientrata e di potere così mettere a frutto gli anni di sacrifici fatti all’estero per utilizzare le mie competenze qui, in quanto siciliana e amante del mare». Certo, per i ricercatori in Italia la vita è più difficile rispetto all’estero: «Mi sono imbattuta in difficoltà burocratiche e amministrative che negli altri Paesi non ho riscontrato. Per le cose per le quali qua ci vogliono tre mesi, lì basta una sola settimana».

Ma come sta il mare in Sicilia?

«Sicuramente ci sono diverse realtà, io posso parlare per lo stretto di Sicilia, cioè il mare Mediterraneo centrale. La pesca è cambiata dagli anni ’80: il numero delle barche è andato diminuendo, i pescatori tendono ad andare solo in alcune zone dove sanno che possono catturare il gambero rosa, in quanto più redditizio e. Di conseguenza, le zone più profonde a Sud dello stretto di Sicilia stanno vedendo una ripresa di branchi che non vengono più pescati. Nello stretto di Sicilia ci sono quindi ancora buone biomasse».

Ma si è mai pentita di essere tornata?

«A volte un po’ sì, ma più che altro perché in Inghilterra vivevo in un paesino molto tranquillo e pulito. Palermo è invece sì una città bellissima, ma molto caotica e, quindi, inizialmente, tornare a casa è stato un trauma perché c’era molta spazzatura, traffico e i servizi non funzionano». Eppure, fare ricerca all’estero è più facile che in Italia, ammette la dottoressa Lauria: «Ci sono più fondi e ciò permette di fare più attività sul campo, di prendere un dottorando, di iniziare una collaborazione. A livello di mentalità, anche se nel gruppo di ricerca in cui lavoro mi trovo benissimo, in generale all’estero c’è una facilità maggiore nel condividere i dati, mentre qui si tende un po’ a tenere le cose per sé stessi».

La mancanza di fondi è il punto dolente, per Valentina Lauria, anche per fare rientrare i cervelli in Italia: «Ho conosciuto tantissimi italiani all’estero, molto bravi, molto preparati. E tutti i ricercatori dicevano la stessa cosa: “Io qui ho una posizione universitaria, sono pagato, ho opportunità, ma chi me lo fa fare di tornare in Italia per essere sottopagato, precario e impazzire dietro la burocrazia dell’università italiana? Però a tutti l’Italia manca». Eppure la preparazione ricevuta in Italia è stata adeguata, anche se tra l’università nostrana e quella inglese ci sono differenze notevoli: «Mentre in Italia la preparazione è molto teorica, in Inghilterra formano i ricercatori dal punto di vista pratico. Lo studente inglese che si laurea, ad esempio, sa già scrivere un articolo scientifico, uno studente italiano al 90% non ne ha la più pallida idea».

Nei progetti di Valentina Lauria c’è quello di rimanere in Sicilia, «ma anche continuare le collaborazioni con l’estero, portare avanti progetti che mi permettano di confrontarmi con altri ricercatori, perché dal confronto con gli altri si impara sempre». Infine, un consiglio ai giovani: «Andate via, studiate fuori, fate esperienze all’estero, perché sicuramente farlo cambia il modo di vedere le cose e dà una apertura mentale. Ai miei coetanei (lei da giovane 39enne, ndr), che sono all’estero e hanno una posizione stabile, consiglio di rimanerci e venire in Italia per le vacanze; a chi invece vuole fare il salto nel buio e rientrare, consiglio di farlo perché a volte va bene. Come a me».

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