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La montagna di fondi Fsc e il “topolino” Sicilia: ecco cosa resterà tra ritardi e litigi

Zero euro richiesti su 237 milioni di anticipazioni. Derby fra gli “impegni” di Musumeci (1,3 miliardi) e Schifani (240 milioni), il governo vuole i progetti

Di Mario Barresi |

La maggioranza che governa la Regione è in piena crisi d’identità. E continua a «confrontarsi» (o a litigare, uscendo dall’ipocrita eufemismo) sul contenuto della proposta del Piano di sviluppo e coesione 2021/27 da inviare a Roma. Si parte da un dato: gli oltre 6,8 miliardi iniziali sono già diventati poco più di 4 considerando le risorse «già finalizzate» a Ponte (1,3 miliardi) e termovalorizzatori (800 milioni), ma anche le anticipazioni deliberate dal Cipess e la previsione di altri programmi Ue da cofinanziare e di coperture varie. Il punto di caduta, in queste settimane, è su quante risorse distribuire in ognuna delle 12 aree tematiche. Quanto, cioè, investire sui progetti che riguardano, ad esempio, competitività delle imprese, energia, ambiente, trasporti e mobilità, lavoro e occupazione, salute e via finanziando.

E già su questo le varie anime del centrodestra (e anche quelle all’interno dei singoli partiti) faticano a far quadrare anche i numeri più generici. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il governo nazionale aspetta ben altro per firmare l’Accordo di coesione con la Regione Siciliana annunciato a Catania da Giorgia Meloni. Il Dl Sud, infatti, all’articolo 1 specifica che il documento deve contenere «la specificazione degli interventi e delle eventuali linee d’azione suscettibili di finanziamento». Dunque: il contenuto specifico con tutti i progetti e non soltanto il contenitore con l’etichetta dei soldi da spendere.

Così è stato, del resto, negli accordi sottoscritti da Palazzo Chigi con le altre Regioni: dal Veneto alla Liguria fino all’ultimo della Calabria. Per la Sicilia sarà diverso? In base a una deroga concessa da chi? Il ministro Raffaele Fitto, tenutario del forziere Fsc, finora è stato rigido e lo sarà altrettanto nel controllo su target e tempi. Fattori di cui, a ora, nelle bozze del piano siciliano non c’è traccia.

Così assume ancora più peso lo scontro aperto nel centrodestra regionale sulla sorte delle risorse già impegnate dal precedente governo di Nello Musumeci. L’ala dei falchi di Fratelli d’Italia, in asse con l’assessore forzista all’Economia, Marco Falcone, insiste affinché le «opere cantierabili» vengano tutte inserite nella nuova programmazione di Renato Schifani. Che, sollecitato da altri alleati (a partire dal vice leghista Luca Sammartino) sembra di tutt’altro avviso. Anche perché complessivamente si parla di oltre un miliardo “prenotato” con sei distinte delibere, tutte del 2022. Molte delle quali, anche grazie al lavoro diplomatico di Falcone, all’epoca titolare delle Infrastrutture, sono frutto di una concertazione trasversale con i deputati della scorsa legislatura. Si parte dalla delibera 263 che impegna 36,2 milioni per quattro interventi (fra cui 25 milioni per il porto di Santo Stefano di Camastra e 8,3 milioni per il progetto “Una via, tre piazze” a Gela), poi il crescendo con il maxi-elenco della delibera 292 (integrata dalla 298) dal valore complessivo di 221,5 milioni per 124 interventi, i più importanti dei quali sono per il porto di Bonagia (30 milioni), la ricostruzione dell’area devastata dall’esplosione di Ravanusa (24,2 milioni), l’aeroporto di Trapani (8,5 milioni), degli alloggi a canone sostenibile a Caltagirone (7 milioni), le circonvallazioni di Belpasso (7 milioni) e Mascali (6,5 milioni), e il centro direzionale della Regione a Enna in un plesso dell’ex ospedale Umberto I (6,3 milioni).

Ma il tandem Musumeci-Falcone ha sfornato un altro elenco di infrastrutture da finanziare con il Fsc: 156,5 milioni per 77 progetti, dalla riqualificazione urbana a Palermo (25 milioni) alla Sp Ispica-Pozzallo (19,4 milioni) fino a piccoli cantieri disseminati in tutta l’Isola. Il record, però, si tocca con la delibera 410, che raccoglie gli input di più dipartimenti: 595 milioni per 112 interventi, fra cui spiccano i 222,8 milioni per il progetto dell’Ismett 2 di Carini (caro all’ex assessore Ruggero Razza, oggi non in cima alle priorità del governo Schifani), ma anche i 130 milioni per l’ospedale di Gela e i 34,6 per la “Pedemontana” etnea. Lo scorsa giunta impegnò anche 103 milioni per 52 progetti sui beni culturali, a partire dai 17,6 milioni per la Real Cittadella di Messina e dagli 8 per le grotte di Chiafura a Scicli, più decine di interventi-mignon.

E la “lista della spesa” del governo Musumeci aumenta, se si considerano i 234 milioni di anticipazioni del Fsc 2021/27 assegnati dal Cipess con delibera 16/2023, meno un terzo dei 774 promessi nel 2021 dalla ministra Mara Carfagna. Dentro c’è di tutto: dagli aiuti alle imprese (35 milioni per Cluster in Sicilia, 16 per RipresaSicilia e altrettanti per FaInSicilia) alla piattaforma integrata dei servizi socio-assistenziali (30 milioni), dalla Cittadella giudiziaria di Catania (40 milioni) a micro-progetti in chiese, strade e cimiteri comunali. Ma alla fantasiosa foga propositiva non ha fatto riscontro un’azione amministrativa altrettanto efficace.

Dal sistema informativo regionale, sui 73 progetti confermati ne risultano «monitorati» 55 per una quota ammessa di 97 milioni (meno della metà delle anticipazioni concesse) e un avanzamento economico realizzato pari a meno di 2 milioni. Il totale dei fondi richiesti a rimborso: zero euro.

Anche Schifani ha firmato una “cambiale” sull’anticipo delle risorse Fsc: 240 milioni per infrastrutture di irrigazione dei Consorzi di bonifica su proposta del dipartimento Agricoltura. Ma la somma raggiungerebbe quasi gli impegni del predecessore se si considerassero le misure stralciate dalla scorsa finanziaria dell’Ars (circa un miliardo, fra contributi agli enti locali e alle imprese, con un’infinita “tabella H” di minuscole mance territoriali chieste dai deputati) dopo l’impugnativa del Consiglio dei ministri di molte norme, proprio perché imputate a coperture con i fondi della Coesione. Il governo, dopo il clamoroso flop, s’era impegnato a rispondere a un ordine del giorno trasversale in cui si chiedeva di rifinanziare le misure. Per alcune è stato così, ma molte sono rimaste nel cassetto.

Poche idee, ma quasi tutte confuse. Il centrodestra, in preda alla sindrome da “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” si spacca fra l’orgoglio revanscista musumeciano e la voglia di tabula rasa del nuovo inquilino di Palazzo d’Orléans. Intanto il tempo scorre e la Sicilia rischia di essere l’ultima Regione a firmare l’Accordo di coesione, il più ricco d’Italia. Ma con quale contenuto? A Palazzo dei Normanni, ufficialmente, non è arrivato un solo foglio. Eppure, in base alla legge regionale 9/2009, le commissioni Bilancio ed Esame attività Unione europea sono titolari di un parere preventivo. Obbligatorio, ma non vincolante. Ciò significa che devono esprimersi e, in caso di esito negativo, la giunta può lo stesso confermare le sue scelte, ma deve motivare perché non accoglie le richieste delle commissioni.

La questione, adesso, è anche un’altra. Cosa arriverà alle commissioni? Luigi Sunseri, presidente grillino della commissione Attività Ue, mette le mani avanti: «Sono sicuro che il presidente dell’Ars, Galvagno, e il vicepresidente Sammartino, che tra l’altro detiene la delega ai rapporti col parlamento, faranno rispettare la norma e quindi la programmazione Fsc 2021/27 passerà dall’assemblea». Sottinteso: con l’invio di una proposta e non della delibera già perfezionata. Sul tema Sunseri ha già avuto un carteggio con Palazzo d’Orléans, ricevendo precise rassicurazioni. «Ma se arriva la delibera bella e fatta non abbiamo nulla da farci…», chiosa.

Cosa succederà nelle prossime settimane? Un buontempone del centrodestra una sua idea ce l’ha già: «Alla fine il piano siciliano ce lo scriverà tutto Fitto. Così non si offende nessuno…».

m.barresi@lasicilia.it

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