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Politica

Il Musumeci "indigesto" a parte del centrodestra in una lettera (mai inviata) a tre leader

I big regionali della coalizione a fine marzo abbozzavano l’appello destinato a Berlusconi, Meloni e Salvini: «Il candidato vincente ve lo diamo noi»
 

Di Mario Barresi

Il testo, tre pagine in tutto, parte da un’amara constatazione: «C’è una Sicilia da ricostruire. Si ricostruisca senza inutile e dannosa retorica». Una bozza. Ma già limata da numerosi interventi sul contenuto. Nelle “proprietà” del file l’ultima modifica risale esattamente a un mese fa: 26 marzo. Sono i giorni in cui Matteo Salvini, dopo il «no unanime» dei suoi dirigenti siciliani alla ricandidatura di Nello Musumeci, scandisce al nostro giornale un concetto: «Sulle Regionali le scelte si fanno in Sicilia». E Giorgia Meloni, in quelle ore convulse, affida a Ignazio La Russa il ruolo di ambasciatore di Fratelli d’Italia nell’Isola. Forza Italia, intanto, è dilaniata: dopo il blitz di Gianfranco Miccichè sulle commissioni all’Ars, l’ala ostile si rifugia sotto la protezione di Marcello Dell’Utri.

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Ed è proprio in questo contesto che matura «la lettera» dei No-Nello. Concepita sull’asse Lega-Autonomisti, col placet di Miccichè, e con altri big siciliani del centrodestra (solo alcuni dei quali arriveranno a leggerla) che agli alleati assicurano di essere disposti a condividerla: dai centristi di Saverio Romano alla Nuova Dc di Totò Cuffaro, fino a esponenti dell’Udc messi al corrente dell’iniziativa, che magari oggi non ci starebbero più. Un appello contro il bis del governatore uscente, da indirizzare ai tre principali leader nazionali, che però non lo riceveranno mai. Perché, nel frattempo, il quadro cambia: nella Lega, il cui segretario Nino Minardo sospetta che Raffaele Lombardo flirti col centrosinistra, emergono idee diverse (poi chiarite) su Palermo e Messina; Miccichè viene messo “sotto tutela” dal Cav, che invia Licia Ronzulli a sedare la faida; FdI  accelera sulla linea oltranzista pro-Musumeci. E così non se n’è fatto più nulla. Ma il documento, che La Sicilia ha avuto modo di consultare, è la prima e unica sintesi esistente di chi si esprime(va) sul grande tema che spacca la coalizione. «Per chi guarda alla vicenda siciliana dall’esterno - riflette a mente fredda uno dei potenziali firmatari di quel testo - sembra quasi che l’ostilità al Musumeci-bis sia un capriccio, una ripicca personale di Miccichè. Non è così: ad avere motivate perplessità, piaccia o no, è una consistente parte di classe dirigente del centrodestra siciliano». Che però, per tanti motivi, non ha premuto il tasto “invia”. 

Eppure il valore “archeologico” della lettera - abbozzata e mai diffusa - resta immutato. Perché nella pars destruens si prova a rispondere alla controdeduzione più forte (e legittima) di chi, Meloni soprattutto, invece continua a puntare sull’uscente: «Non basta dire no a Musumeci, bisogna spiegare il perché». E invece, proprio quando la “triplice” di centrodestra ipotizza un tavolo nazionale last minute sul caso Sicilia, si scopre che c’è chi quelle ragioni le aveva messe nero su bianco. Affermando che il presidente della Regione «ha scelto e mantenuto un atteggiamento che ne ha molto limitato l’azione politica. Sin da subito si è letteralmente “arroccato” a Palazzo d’Orleans, e, memore forse dello stile del suo predecessore, si è circondato di una sorta di cerchio magico di suggeritori e fedelissimi mettendo in secondo piano e, nei casi estremi, addirittura ignorando il sano confronto con i partiti e con i parlamentari regionali suoi alleati. Ha ignorato il confronto tanto nelle sedi istituzionali quanto nelle discussioni private di interesse pubblico». E ciò avrebbe avuto un preciso effetto: «Una strategia e una visione mediocri che hanno portato a risultati striminziti e insufficienti».

Un’accusa pesante, con specifici esempi concreti nei settori dei rifiuti (gestione «fallimentare», nonostante il «tentativo di recupero registrato negli ultimi mesi» col bando sui termovalorizzatori), del turismo (la destagionalizzazione è «rimasta un sogno», affogata da «feste e sagre»), della sanità (sostenuto l’impatto «devastante» del Covid, ma con «criticità vecchie e nuove che ancora non hanno avuto soluzioni strutturali») e del Pnrr, gestito «in solitaria da pochi prescelti seduti attorno a un solo tavolo, una sorta di partita a scopone scientifico tra vecchi amici», senza coinvolgere Ars, partiti, sindaci, associazioni di categoria, sindacati e civismo.
Forse Berlusconi, Meloni e Salvini non leggeranno mai quest’affondo finale su Musumeci: «Un’analisi attenta dei risultati conseguiti, delle sue responsabilità e una schietta e ragionata visione di prospettiva per la Sicilia - si legge nella lettera degli alleati siciliani - ci portano alla scelta convinta di non sostenere la sua idea di ricandidarsi. Sarebbe un’idea perdente, è una scelta perdente». Alla quale il fronte No-Nello contrappone(va) «una proposta alternativa, serve nuovo entusiasmo, la capacità di fare sintesi e di aggregare piuttosto che ignorare e far da soli». In una precedente versione del testo c’è anche un nome, infine sfumato così: un candidato «che siamo nelle condizioni di indicare sin da subito», con «un ampio consenso» e «il convinto sostegno» della coalizione.

Resta il fatto che fine marzo scorso quasi tutto il centrodestra siciliano era pronto a chiedere ai leader «una riflessione seria e approfondita per valutare un candidato alternativo a Musumeci, un candidato alternativo e vincente». Accorato appello finale: «Vogliamo che in Sicilia scelgano i siciliani e non le segreterie romane». Un mese dopo, in queste ore, l’ultimo scenario di un vaticinio dall’alto di Berlusconi, Meloni e Salvini. Ma la “call” a tre sembra sfumare. Mentre carta canta. Anche dal fondo di un cassetto.
Twitter: @MarioBarresi
 

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