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Politica

Sicilia, ecco l'accordo Musumeci-Meloni: «Non si può lasciare l'Isola a Salvini»

il contenuto effettivo dell’intesa destinata a sconvolgere gli equilibri del centrodestra (non solo siciliano) verso le Regionali

Di Mario Barresi

Raccontano che c’era pure una bozza di endorsement già pronto per essere recapitato alle agenzie. Poi s’è deciso di rinviare «per varie ragioni di opportunità politica». Qurinalizie, soprattutto. Ma anche sicule.

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L’accordo c’è, nonostante qualche «ulteriore riflessione in corso». E gli effetti saranno scanditi in più tappe. È soltanto una questione di giorni. Appena risolto il rebus sul prossimo presidente della Repubblica, Giorgia Meloni farà il primo passo: ufficializzare il «sostegno» a Nello Musumeci, invitando il centrodestra a «ritrovare le ragioni dell’unità» e quindi a «convergere» sulla ricandidatura del presidente uscente anche per «completare il programma di un governo che sta risollevando la Sicilia». E poi c’è la seconda parte del cronoprogramma: una «conferenza programmatica sullo sviluppo del Mezzogiorno e dell’Isola», da organizzare magari a marzo in Sicilia, per lanciare «tutti i temi che ci uniscono». Dove il «ci» sta per Fratelli d’Italia e DiventeràBellissima, che - a prescindere dall’esito della moral suasion di Meloni sugli alleati per il bis di Musumeci - cominceranno un percorso di federazione con l’obiettivo di arrivare a «candidature in comune». Questo è uno dei punti più controversi, ancora in discussione. Dato per scontato l’appoggio del movimento del governatore al partito dei sovranisti alle Politiche (magari con qualche seggio per gli esponenti di punta del Pizzo Magico), l’ipotesi sul tavolo è quella di una convergenza anche per l’Ars. L’ultima versione emersa ieri è che nelle liste di FdI, sancita la federazione, entrerebbero molti big musumeciani, lasciando però all’uscente, se ricandidato, carta bianca su una «lista del presidente» con dentro alcuni fedelissimi e l’aggiunta degli ex grillini di Attiva Sicilia.

 

Questo, per grandi linee, è il contenuto effettivo dell’accordo destinato a sconvolgere - in un senso o nell’altro - gli equilibri del centrodestra (non solo siciliano) verso le Regionali. Ed è il risultato più importante che Musumeci s’era prefissato nel suo tour romano in veste di grande elettore per il Colle. Rispetto al vertice c’è un doppio prequel. Prima un confronto di “spogliatoio” dentro FdI, da cui emerge un sostegno sincero e concreto a Salvo Pogliese, da lunedì di nuovo sospeso dalla carica di sindaco di Catania. «Siamo tutti con te, non devi dimetterti», il coro unanime del partito, a partire dalla stessa Meloni. Che s’è impegnata a velocizzare il ddl anti-Severino, portandolo in Aula (in accordo col Pd, che vuole risolvere l’analogo stop al sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà) subito dopo il voto per il Quirinale. Subito dopo una riunione preliminare sui temi siciliani, fra il deputato Giovanni Donzelli, responsabile nazionale dell’organizzazione di Fdi, e i vertici siciliani del partito. Poi, nel primo pomeriggio, il summit vero e proprio negli uffici del gruppo a Montecitorio.

 

Musumeci si presenta solo, nonostante a Roma ci siano già da lunedì Ruggero Razza e Giusi Savarino. Ad accoglierlo, il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida e i coordinatori regionali, Giampiero Cannella e lo stesso Pogliese; presente anche l’assessore Manlio Messina, il più musumeciano fra i patrioti siciliani. Rispetto alla “velina” diffusa in serata c’è qualche imprecisione. Non c’è stato un vero «incontro» fra il governatore e la leader di FdI, poiché Meloni - comunque informata, prima, durante e dopo - non è fisicamente presente. E poi c’è un’omissione: manca un nome, dall’elenco dei presenti fatto trapelare. Quello di Ignazio La Russa, vero tessitore dell’accordo, in piena sinergia col tandem Lollobrigida-Messina. L’ex ministro di Ragalna sarà l’emissario del partito nell’Isola per curare gli aspetti diplomatici più delicati.

 

La discussione, dentro la stanza  di Montecitorio, è subito chiara, schietta, operativa. Perché il terreno era stato preparato con molta attenzione. E soprattutto perché sul tavolo si incontrano due convenienze parallele: Musumeci, nel pieno della crisi del governo regionale, vuole incassare il via libera dalla leader più forte del centrodestra; Meloni, più che mai proiettata al derby con Matteo Salvini, vuole rafforzare il partito in Sicilia a partire dalle Regionali. E lei, peraltro,  è informatissima sulle ultime vicende siciliane. Pur scaricando sul governatore l’onere di superare la crisi alla Regione («Nello, è ovvio che i tuoi problemi con la maggioranza vanno risolti e devi risolverli tu»), la fondatrice di FdI al summit fa arrivare il  «fastidio» per quel  pranzo «inopportuno» di Raffaele Stancanelli con Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo. «Perché una cosa è se ti invitano e tu decidi di andare, altro è se lo organizzi a casa tua...».

 

 

 

Ma il dato politico più rilevante è che Meloni è pronta a offrire a Musumeci l’assist decisivo, come già nel 2017 quando ruppe per prima il fronte del centrodestra già blindato sulla candidatura di Gaetano Armao. «La regola che ci siamo dati è che l’uscente, a meno di grossi problemi, va ricandidato da tutta la coalizione», è l’argomento da portare al tavolo dei leader nazionali. Tenendo nascosto il vero obiettivo che la leader sovranista, dopo averlo condiviso con Musumeci, fa arrivare al summit di ieri: «Non dobbiamo lasciare la Sicilia a Salvini». Il che, per gli interlocutori presenti  (ma non soltanto per loro), suona con un doppio significato: battere il Capitano nell’ultimo test su cui saranno puntati i riflettori prima del le Politiche ; ma anche sfilargli l’inquilino di Palazzo d’Orléans, dove il segretario della Lega ha più volte detto che vuole piazzare la sua bandiera.

 

E questo, da oggi, diventa il più delicato punto di caduta dell’accordo. Come reagiranno gli alleati (a Roma e in Sicilia) all’idea di un governatore da ricandidare con la “maglietta” di FdI? Quali saranno le contromosse dei leader regionali che fino a ieri continuano a definire «conclusa» l’esperienza di Musumeci alla Regione? Da qui, forse, la necessità di riporre nel cassetto una nota stampa già abbozzata e infine rinviata anche per «non creare ulteriori fibrillazioni - ragiona una raffinata mente meloniana - in una coalizione già messa a dura prova dai giochi per il Quirinale».

 

 


Musumeci, intanto, conferma il suo programma: «Ho avviato un giro di consultazioni con gli alleati, incontrando anche i leader nazionali, e solo alla fine scioglierò la riserva se azzerare la giunta o andare avanti».   Nelle prossime ore, ad esempio, il confronto con l’udc Lorenzo Cesa. E stamattina un appuntamento con il segretario regionale della Lega, il deputato Nino Minardo, al quale il ColonNello ha chiesto di vedere, oggi stesso, Salvini. Non è dato sapere se il faccia a faccia si farà, anche perché dal fronte leghista trapela una certa freddezza dopo le indiscrezioni sull’ultima mossa del governatore. Che,  comunque, continua a tessere la sua tela anche oltre il perimetro di un partito in cui afferma di sentirsi «finalmente tornato a casa».

 

Piazzato di buon’ora in un punto strategico del Transatlantico, s’è soffermato in questi giorni con molti interlocutori. Fra i quali due senatori di Forza Italia: Licia Ronzulli (donna-ombra del Cav) e Maurizio Gasparri, ben indottrinato dall’assessore Marco Falcone. Sono loro due, col conforto di Antonio Tajani, i cavalli di Troia di Musumeci ad Arcore.  Ora va convinto Silvio Berlusconi: il prossimo passaggio è bonificare il campo pazientemente minato negli ultimi mesi da Miccichè. «Non può essere lui il candidato, né lui né suo fratello», è uno dei punti d’incontro del vertice. Perché «non lo vuole nessuno, con lui si perderebbe di sicuro», la stima demoscopica diffusa. Assieme a una sfida politico-generazionale: «Non possiamo permettere che siano tre settantenni a decidere le sorti della Regione».

 

 

 

I melonian-musumeciani soffrono l’asse fra Lega, Mpa e Forza Italia  (che sta cuocendo a fuoco lento il governatore, con l’aggravante  di aver fornito i franchi tiratori dello “sfregio” all’Ars) e la stessa leader avrebbe dato rassicurazioni ai suoi per romperlo: «Con Silvio ci parlo io». Si punta a delegittimare il viceré berlusconiano di Sicilia, il protagonista del 61-0, oggi più che mai al centro della politica regionale. Se il piano dovesse riuscire, allora la Lega (che continua a pensare a Minardo candidato) sarebbe all’angolo. E Musumeci, che ha «i volantini pronti», già   in campagna elettorale.

Twitter: @MarioBarresi

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