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Spettacoli

Antonio Presti: «Scuole, cultura, bellezza  per cambiare la Sicilia»

L'artista mecenate. «Come  guerrieri di luce  educare i giovani». «Lascerò il museo di Librino ad ex detenuti e ragazzi down». «La più grande emergenza dello Stato italiano non sono le accise sul gasolio, ma l’analfabetismo»

Di Ombretta Grasso

Colora di simboli ed emozioni cavalcavia di periferie, muri di paesi, paesaggi naturali, srotolando chilometri di tele d’artista nei comuni siciliani. Fedele all’ideale della bellezza che salva, visionario e determinato, l’artista mecenate Antonio Presti  riscatta con l’arte e la cultura territori mafiosi e quartieri disagiati. Nella sua vita eretica e controcorrente ha realizzato sogni giganteschi: piramidi, treni di poeti, cantici di bellezza,  porte assiro-babilonesi. Una figura complessa e per qualcuno scomoda: le sue opere di artisti contemporanei che illuminano la Fiumara d’arte a Tusa furono addirittura accusate di essere abusi edilizi. 

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Nella fabbrica dei sogni a Librino, nell’istituto Sturzo Campanella, migliaia e migliaia di formelle di terracotta provano a cambiare il mondo, a portare simboli, messaggi, parole, nomi di mamme e bambini, nel grigio del cemento. Una lunga carrellata di immagini rappresenta il progetto: la Sicilia, l’elefante, Bellini, Sant’Agata, un emozionante esercito di bambini di terracotta  che protegge i bambini di tutta la Sicilia. Migliaia di bassorilievi realizzati dagli alunni per creare la Porta della Conoscenza e la Porta delle Farfalle,  enormi opere  in continuità con la Porta della Bellezza.
 


Partire dalla cultura per far crescere le nuove generazioni. La bellezza salverà il mondo? 
«Parliamo tanto di mafia, antimafia, legalità… come possiamo farlo se alla base non c’è la  bellezza del sapere? Con le difficoltà di famiglia e scuola come cresceranno i ragazzi? Con quali esempi, con quali valori? La mafia è il braccio armato della dispersione scolastica.  Bisogna investire sulla cultura, sulle scuole, sulla conoscenza. Non esiste futuro se avanzano gli ignoranti. Con la Bellezza possiamo far crescere cittadini liberi. Perché il potere è sapere, l’ignoranza è la vera schiavitù».
Perché ha scelto Librino da più di 20 anni?
«Per dare un messaggio a tutte le periferie d’Italia e soprattutto della Sicilia: il recupero del senso etico e civile passa per la consegna di conoscenza ed  emozioni. In questo grande laboratorio condiviso a Librino l’opera d’arte è quella delle 15 mila persone coinvolte, è un processo corale: mamme bambini, scuole, associazioni, parrocchie. Oggi non c’è bisogno di una scultura in più o in meno,  ma di infondere nei processi sociali la visione della bellezza. Di riaffermare la dignità degli abitanti, innescando in ogni persona il valore della legalità». 

Perché ha coinvolto i licei artistici?
«Dicono che con gli studi artistici non si trovi lavoro, ma l’Italia ha un grandissimo patrimonio culturale,  basterebbe guardare a questi ragazzi come custodi e restauratori dei nostri tesori. La condivisione del progetto con 20 licei artistici siciliani dà il messaggio di proteggere questi istituti, che rappresentano il sogno. C’è un’emergenza etica ed estetica e i giovani rischiano di trovarsi alienati e asserviti alla dittatura dell’ignoranza. Perché la più grande emergenza dello Stato italiano non sono le accise sul gasolio, ma l’analfabetismo».
Sulla Porta della Bellezza ha appeso uno striscione con un proverbio siciliano: “U rispettu è misuratu, cu lu porta l’avi purtatu”
«La Porta  è stata amata, rispettata e custodita,   lei stessa è diventata agenzia educativa per il quartiere.  In questo “non luogo” della contemporaneità dove manca l’identità di tutto si afferma un’opera che ha un valore epico, etico ed estetico condiviso da tutti gli abitanti». 

 

 

Porte di terracotta, museo della fotografia, Cantico della Bellezza, 10 sculture monumentali. Un grande museo che, come ha detto nei giorni scorsi alla Locanda del samaritano a Catania, vuole lasciare “alla mafia e ai ragazzi down”. In che senso? 
«Per gestire il museo che ha un valore  sociale, identitario, nel territorio, ho immaginato una cooperativa sociale  composta da ragazzi e adulti ex carcerati, perché chi ha sbagliato possa recuperare, e per le guide mi piacerebbe coinvolgere i ragazzi down. Insieme potrebbero aiutarsi».  

Arte e cultura quanto spazio hanno in Sicilia? Come si può esprimere arte oggi? 
«In questa contemporaneità la necessità non è rappresentare un’opera di artificio, non è fare mostre e cataloghi, ma seminare educazione sociale, condivisione». 
Cosa servirebbe per cambiare la Sicilia?
«C’è bisogno di esempi e in questa settimana ne abbiamo avuti due su cui  riflettere: quello del bene  e quello del male. L’arresto del Messina Denaro di turno  è la sconfitta della banalità del male. Certo, non è bello perdere un giro di 30 anni, non è una vittoria dello Stato ma una sconfitta per più generazioni. Trenta anni per dare una risposta significa avere compromesso  tanti siciliani con gli esempi del male. Dall’altra parte, vedere un fiume di migliaia persone a Palermo che accompagnano il feretro del mio amico Biagio Conte è la vittoria del bene. La più grande potenza dell’uomo non si manifesta nel prendere ma nel restituire, nel dare. Dare col cuore vince sempre». 
Il difetto più grave dei siciliani?
«Il danno più grande, con la responsabilità delle istituzioni, è aver educato intere generazioni all’idea che per esistere devono soltanto chiedere, non hanno il fare  come  anima. Chi fa in Sicilia viene condannato  dall’ignavia di un popolo di schiavi. I siciliani si chiedono: picchì u fai? chi c’è sutta? ‘ppi mia che c’è? Io le cose le ho fatte contro tutti sempre nell’eresia invisibile della bellezza». 
Da dove iniziare il cambiamento?
«Può partire soltanto dalle scuole, dai giovani. Se tutti, compresi gli artisti, riuscissimo in otto anni, dalle elementari alle medie, a lavorare come militanti e guerrieri di luce in tutte le scuole potremmo innestare la visione di un nuovo futuro. Di questo ha bisogno la Sicilia: di una nuova generazione che ritrova il senso nella bellezza etica del fare. E il valore del fare è un fatto».

 

 

Il Covid, la guerra, la crisi hanno allontanano dall’arte, dalla bellezza?
«In questa solitudine civile in cui mancano l’etica,  il volontariato,   l’idea del bene comune, non ho trovato molti compagni di viaggio. Anche se abbiamo superato i momenti drammatici di questi ultimi anni mi dispiace dover dire che il cuore non risponde. Si parla tanto di associazionismo istituzionale ma quando c’è, come a Librino, un progetto immenso, che non ha fini economici,  non si fa avanti nessuno:  associazioni imprenditoriali, di commercianti,  confederazioni istituzionali, nessuno ha risposto. Tanti lavori sono stati fatti con appalti pubblici nel quartiere in questi anni, ma non ho visto alcuna impresa  restituire un fiore». 
Come realizza le opere?
«La Fondazione affronta tutte le spese,  il Fondo di Beneficenza del San Paolo mi ha sostenuto nell’organizzazione dei laboratori, il resto è solitudine e amarezza perché la città non sostiene  progetti etici».  
Nell’Isola in cui si parla e non si fa, come trovare il valore del fare?
«Oggi più che mai non bisogna essere “anti”, abbiamo vissuto dagli anni 80 questa cultura dell’antimafia, dell’antiracket. Non c’è bisogno di antimafia se uno è onesto. Non bisogna essere “anti”, ma “per”, questa è la differenza che restituisce il valore al futuro. “Per” l’altro, per il senso civile, per il cuore». 

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