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l'intervista

Ottavia Piccolo insegna che “Cosa Nostra” non è un gioco da bambini

L’attrice in tournée con la “fabula” fascinosa di Elda Pucci che quarantuno anni fa fu integerrimo sindaco di Palermo

Di Carmelita Celi |

Sappiamo com’è. Sappiamo com’è quando due schegge di talento, passione ed affabulazione – l’una, Ottavia Piccolo, attrice potente, talento mimetico ma anche autentica artista “engagé”, animata cioè da vero impegno civile e umano tout court, l’altro, Stefano Massini, scrittore, saggista, drammaturgo, adamantina “res cogitans” tra le più brillanti della sua generazione che, francamente, non riusciamo a intercettare ché non ha ancora 50 anni e sembra che ne abbia cento – sappiamo com’è, dunque, quando, insieme, mettono in scena un pensiero di Storia umana.Accadde, ad esempio, con “Occident Express”, storia di una scavalcamontagne con bambino da Mosul al Baltico. Accade di nuovo, oggi, con “Cosa Nostra raccontata ai bambini”, la fabula fascinosa e inquietante di Elda Pucci, che, 41 anni fa, fu integerrimo sindaco di Palermo in una stagione politica durata, ahimè, l’espace d’un matin. Ad assegnare la “colpa” di tutto ciò basta e avanza l’eloquenza del titolo.

Della forte, grandissima “aeterna puella” Ottavia, sono di nuovo complici, in scena, i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, la regia è di Sandra Mangini. La tournée è in partenza: il 2 marzo al Teatro Goldoni di Venezia, al Teatro Nuovo “Giancarlo Menotti” di Spoleto (4 marzo), al Teatro Bismantova di Castelnove de’ Monti (8 marzo), al Teatro Rifredi di Firenze (9 marzo).In Sicilia, non si sa come – diceva l’Uomo del Càvusu – lo spettacolo non ha ancora trovato cittadinanza, Ottavia.«Abbiamo tentato ma non c’era posto né a Catania né a Palermo… Forse perché non abbiamo nomi altisonanti, forse perché non siamo un Teatro Stabile sicché con possibilità di scambi…».Forse perché la disattenzione è, a volte, parente stretta dell’ignavia. Forse. Com’è cominciata l’avventura?«Due anni fa, la “scoperta” di Stefano. Dalle piazze di città italiane saltò fuori la ‘strana’ storia d’un sindaco donna, nella Palermo del 1983, di cui non si sapeva nulla e per cui la sua città non si era sprecata in omaggi. Il titolo, legato al fatto che la Pucci fosse una pediatra, ha finito con l’alimentare l’equivoco che si trattasse di uno spettacolo per bambini che, tuttavia, Massini “usa” con infinito rispetto intitolando ogni capitolo con il nome di un bambino. Vi saranno, poi, accenni in cui saranno i piccoli ad aiutare Elda a capire come funziona la mentalità mafiosa».Mi fa un esempio?«A un certo punto c’è un bambino di nome Nuzzo che le dice che alla Kalsa ci stanno “chiddi forti”, seduti su un muretto in calce: loro stanno a guardare ma non combattono, mandano avanti la carne da macello. “E io faccio finta di essere carne da macello”, dice Nuzzo, “Perché il gioco lo conosco”. Elda dice di fare come Nuzzo ma io vado avanti perché sono più forte. In realtà è lei a non farcela».Una sorta di parabola o di “metafore” come suggeriva “il postino” Massimo Troisi…«Sono, in realtà, pretesti per parlare d’altro cioè di povertà, soldi usati per corruzione, una serie di meccanismi della criminalità organizzata usati da persone oneste che vengono tragicamente triturate dal “sistema”. Ne sono prova i morti ammazzati tra quei componenti della Dc che non si sottoponevano alla “macchina”. Del resto lei, da donna, non faceva abbastanza paura».Donne e bambini sembrano essere ancora voce unica nel vocabolario maschile del conflitto. Mafioso e non solo. Viene in mente quell’intervista deflagrante e ancora totalmente del futuro in cui Giuseppe Fava, neanche un mese prima d’essere ammazzato, dichiarava a Enzo Biagi che i siciliani non sono tutti mafiosi. Anzi. Molti di loro sono caduti proprio perché non mafiosi. Quanto Massini e Lei avete curato di star lontano dagli stereotipi sulla Sicilia?«La regista ha fatto un bellissimo lavoro sfrondando tutto il pittoresco, niente immagini realistiche e, in questo, il percorso musicale ha gran merito. E’ una storia siciliana UNIVERSALE. Io mi riservo solo un momento in cui, citando un ragioniere del Comune di Palermo che, alla Pucci che va a denunciare la mancanza di 2 miliardi, replica: “Sì, è tutto normale!” ed utilizzo un tantino di “strascico” vicino al dialetto…».Quanto a mafia credo sia alla portata di tutti che la Sicilia ne sia solo una “dépendance”…«Eccome. Al Lido di Venezia abbiamo uno della ‘ndrangheta, venuto qui giovanissimo, che si è impadronito di una serie di strutture, ristoranti, bar. Il che è specchio del meccanismo che conosciamo. Ebbene, lui se ne va da chi è in difficoltà: “Hai bisogno di aiuto?”, dice. E c’è proprio un mio pezzo, nello spettacolo, concentrato sul figlio di Ciancimino e la Pucci: lei gli dice d’aver saputo dal pescivendolo che, in quanto beneficiario di un “favore”, non gli fa più pagare il pesce che Ciancimino continua a consumare in quantità consistenti, mandando al banco del pesce anche parenti ed amici. Elda pertanto l’affrontò: “Succede da un anno sicché tu vai dal pescivendolo e gli dai tutto quanto gli devi. E proprio a Fava si rifà Massini citando il suo monito: non si può capire niente se non si accetta che l’alto e il basso vanno insieme. Si pretende il pesce come un appalto. Ed è talmente chiaro che lo si intende da Torino a Trapani».

Tutto è politica se per essa s’intende la scelta di modi e modalità di convivenza. Pertanto anche il Teatro è politica. Per Lei, da un po’ di tempo, ha altre urgenze come testimonia il magnifico lavoro a quattromani con Stefano Massini. Non Le viene mai nostalgia di un bel “classicone” da antologia?«Forse dovrei rileggere qualche Goldoni e sicuramente Cechov. In fondo parlano di persone e sentimenti che, alla fine, sono sempre gli stessi in un mondo lontano ma più vicino a noi di quanto si pensi».E’ d’accordo sul fatto che “schierarsi” non significhi “votare per” ma non rinunciare a prendere una posizione?«Penso di dover restituire la mia onestà intellettuale a chi mi ha dato fiducia seguendomi. Ciò che penso lo dico. Da sempre. Per me contano le persone. E sono regole a cui mi rifaccio pensando alle “madri costituenti”, non smetto di pensarci. Esistono anche loro oltre ai “padri” e hanno fatto un lavoro più che rivoluzionario, all’epoca».Arrivederci in Sicilia, allora, “sorella costituente”. Allego lezione siciliano n. 1: “A c’ammàncunu tiatri?”.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA