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Dell'Aquila, il millennial d'oro: «Io vaccinato, fatelo tutti»

Di Redazione

Vito "of the Eagle" ha solo vent'anni, ma il piglio da olimpionico era nel Dna già prima di vincere l’oro a Tokyo 2020. «Dopo un 2020 terribile per il Covid, per tutta l’Italia, abbiamo vinto l’Eurocontest con i Maneskin, gli Europei di calcio e ora mi sono preso il primo oro di questi Giochi, in assoluto la prima medaglia di un nato nel 2000 ai Giochi: mica male, vuol dire che ora diventerò famoso...», dice con tono da guascone.

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Dell’Aquila si è ribattezzato all’inglese (of the eagle) sul suo profilo Instagram, forse per sdrammatizzare l’anno di lockdown che ha rischiato di mandarlo in paranoia, prima di riprendersi ad allenare con l’aiuto dello psicologo della federtaekwondo, Giuseppe Pizzolante, che ora ringrazia. Anche per questo, presta volentieri il suo sorriso solare alla campagna preannunciata dal Coni a sostegno dei vaccini. «Io mi sono vaccinato, lo volevo fortemente per arrivare fino a Tokyo a vincere l’oro: è giusto che si vaccinino tutti, è importante», dice all’ANSA dopo il podio e le prime interviste a caldo, prima di entrare all’antidoping che per assenza di liquidi lo costringe a fare notte. 

 La dedica, già prima della finale, è per il nonno morto un mese fa, al quale sempre su Instagram ha dedicato pensieri dolci ("mi mancherà la tua mano a peso morto sulla spalla, il tuo accompagnarmi sempre e dovunque"). «Mi chiamo Vito come lui - racconta - e ricordo che quando ero piccolo diceva "Vito vincerà", anche oltre lo scetticismo. Aveva ragione». Quel lutto familiare, ancor più pesante per un ragazzo del Sud ("vengo da una famiglia molto umile, mi ha trasmesso la voglia di raggiungere un sogno e la forza di sacrificarmi") ha rischiato di aggravare una sorta di depressione da lockdown.

«Il 2020 è stato davvero pesante - racconta - molto noioso. Mi sembrava di non esserci più con la testa. Per fortuna nel '21 ho ripreso ad allenarmi, con l’aiuto dello psicologo e del nutrizionista». Il suo problema, dice, «è perdere peso per restare nei 58 chili senza perdere forza», perché la prima cosa «è facile per tutti». Senza piangersi addosso, Dell’Aquila sa che lì a Mesagne la vita è un pò più difficile. «Noi del Sud abbiamo grinta, non è un segreto. Per anni ho dedicato la vita a questo sport, molto poco divertimento e tanto sacrificio: quando in finale ero sotto di punteggio, mi sono detto non puoi sprecare 12 anni in un solo minuto, magari tra tre anni a Parigi un’occasione così non ti ricapita, avrai 23 anni...».

Perché se appartieni agli Zoomers, la generazione Z, e sei olimpionico rischi di sentirti 'vecchiò lì dove gli altri si affacciano alla vita. «Ma no, vedrete Parigi: Vito è più forte di me», dice il suo mentore Carlo Molfetta, oro a Londra 2012. «Ringrazio Carlo. Dopo l’oro l'ho chiamato e gli ho detto: ciao, collega...Quando mi hanno detto che la mia medaglia è stata la prima in assoluto di un nato nel 2000, sono stato ancora più felice ed emozionato. Direi che è storico...». 

Della finale ammette di «esser stato fortunato, perché a un certo punto poteva girare anche a favore del tunisino, ma è una fortuna che mi sono costruito col sacrificio». Ora fa fatica a capire che emozione sia, «penso realizzerò solo stanotte, quando non dormirò». Rivela di voler fare il giornalista «per raccontare il mondo del taekwondo». Aspetta di tornare a casa per un tuffo nelle acque cristalline del brindisino. «Ma prima fatemi chiamare mamma, e poi devo tornare al villaggio per fare da sparring partner a Simone Alessio». Vita di sacrifici, anche da oro olimpico.

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