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Uomini, bestie e tamburi: la transumanza con Alfio Antico

Di Giuseppe Attardi |

Non sta nella pelle Alfio Antico. Al richiamo dei suoi tamburi è arrivata gente da Catania, Zafferana, Siracusa e Troina, il centro dell’Ennese nelle cui campagne si rinnova l’antica pratica della transumanza. Sono venuti per ascoltarlo, ma soprattutto per vivere un rito che rischia di scomparire. «Mio padre una volta portava le mucche fino ad Aidone, poi la costruzione dell’Outlet ha ostruito il passaggio delle mandrie e le transumanze sono diventate più brevi o si fanno col camion» racconta l’allevatore Antonio Pruiti. Anche lui è emozionato e orgoglioso: «Oggi stiamo onorando una tradizione».

Annunciate da un allegro scampanio, ecco arrivare le vere protagoniste dell’evento. Sono cinquanta mucche bianche “charolaise”, «razza bovina originaria della Francia famosa per la produzione di carne, per la sua adattabilità al clima di queste zone e per la prolificità: viene importato il toro francese e s’incrocia con vacche siciliane, in particolare di razza modicana» spiega Nicola Schillaci, agronomo di Troina, autore di un libro sulle strade della transumanza.

L’Etna si svela nella sua maestosità mentre la mandria comincia a incamminarsi lungo le trazzere fra Troina e Cesarò. Antonio Pruiti sta alla guida, coadiuvato da Alfio Antico, che al tamburo col “muligno” (il campanaccio) sembra preferire il bastone del comando. Dietro di loro c’è la troupe del regista Giuseppe Calabrese, che sta girando un docu-film sull’artista lentinese. E poi la vacca “mastra”. È lei a dettare il passo. È gravida ed ha fretta di arrivare al nuovo pascolo per partorire.

È un concerto di “tabbiuni”, di campanacci e di muggiti: «È il richiamo delle vacche verso i vitelli, i propri figli» interviene la moglie di Antonio Pruiti, ventennale compagna di transumanze e per l’occasione “cicerone” per la cinquantina di persone aggregatesi all’evento.

Si va su e giù per trazzere, ormai invase dall’asfalto, tra campi di grano, pascoli, sambuchi, castagneti. Si attraversa la diga Ancipa piena di acqua, a dispetto degli allarmi siccità, passando in provincia di Messina e addentrandosi nei boschi del Parco dei Nebrodi. Alfio Antico finalmente imbraccia uno dei suoi tamburi e comincia a suonare e cantare. In coro gli rispondono i campanacci ed i “muuuuu” delle vacche e si accoda anche il raglio dell’asina che trasporta gli strumenti: la chiamano Belén, per via delle sue lunghe zampe, e lei fa la vanitosa. È un concerto della natura.

Si riprende il cammino. La mucca gravida accelera l’andatura: il parto si avvicina e, alzandosi il sole, aleggia la minaccia delle mosche. Ci si accorge che il cammino non è espresso dalla volontà dell’individuo, ma è un agire imposto dall’istinto e dalle stagioni. Il “transumare” assomiglia, in maniera impressionante, al “migrare”, allo spostarsi insieme, in branco o in stormo, per cercare un luogo migliore, per scappare dalle intemperie, per cercare cibo, per inseguire la sopravvivenza.

Si arriva dopo una decina di chilometri e due ore di fatica tra mosche, letame e la fronte cotta dal sole. Stanchi, ma felici. Sudato, Alfio Antico riprende in mano i tamburi e, con la complicità di Puccio Castrogiovanni alle chitarre e al marranzano, improvvisa un piccolo concerto con un omaggio a Ignazio Buttitta, il cui nipote omonimo ha preso parte alla passeggiata. Si festeggia tra vino e vastedda cu’ sammucu, dando appuntamento al prossimo 25 giugno (ore 17.30) per una esibizione dell’artista lentinese «insieme a mio figlio Mattia alle chitarre e alla voce di Rita Botto sotto l’enorme quercia» che accoglie nel nuovo pascolo la mandria. Che, nel frattempo, è aumentata di una unità.

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