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Cronaca

La figlia del Malpassotu e la nuora: così le donne del boss erano inserite nel clan

Le due sono state accusate associazione mafiosa e la Micci, anche del reato di estorsione

Di Concetto Mannisi

Quando poco più di un anno fa i carabinieri della compagnia di Gravina si preparavano a far scattare il blitz denominato “Malupassu”. il Gip che vagliò la richiesta dei magistrati della Procura della Repubblica di Catania optò, in merito alla loro posizione, per la non emissione di un provvedimento restrittivo: «Le due donne sono state indotte a delinquere dai loro mariti - è la sintesi di quel pensiero - i quali però, adesso, si ritrovano agli arresti. Viene meno, in un caso o nell’altro, la possibilità che le due possano essere condizionate da un soggetto istigatore, motivo per cui si rigetta la richiesta di misura cautelare». 

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A distanza di quindici mesi, a seguito di preciso ricorso presentato dalla stessa Procura distrettuale e  accolto dal Tribunale prima e  dalla Cassazione successivamente, la V Sezione Penale del Tribunale di Catania ha soddisfatto le aspettative del gruppo di lavoro guidato da Carmelo Zuccaro, ordinando l’arresto della sessantenne Lucia Pulvirenti (figlia dell’ex boss “Pippo ‘u malpassotu”) e della trentaseienne Ornella Micci, nuora della stessa Pulvirenti in quanto moglie di Salvatore Puglisi, a sua volta figlio di quel Pietro (storico uomo di fiducia del “malpassotu”) che ha saputo riorganizzare il suo gruppo con base a Mascalucia, rendendolo terribilmente attivo anche in questi ultimi anni e sempre sotto l’egida della famiglia “Santapaola-Ercolano”.

Le due donne sono state ritenute responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso e, per quel che riguarda la Micci, anche del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Le indagini sfociate nel blitz “Malupassu”, con venti arresti, avevano fatto luce su una serie di attività estorsive poste in essere dal clan, fra l’altro cresciute in maniera esponenziale dopo la scarcerazione di Pietro Puglisi, nel febbraio del 2017.

Importante, a detta degli investigatori, il ruolo svolto dalle due donne in seno all’organizzazione mafiosa e in particolare di Lucia Pulvirenti, che oltre a provvedere all’incasso delle mazzette consegnate dalle vittime di estorsione si sarebbe occupata di fungere da elemento di collegamento fra il marito detenuto ed i figli Salvatore e Giuseppe, ai quali riferiva le disposizioni che erano state impartite dal coniuge.

Anche Ornella Micci è stata ritenuta ben integrata nelle dinamiche criminali portate avanti dalla famiglia Puglisi. Per di più con l’aggravante di un’estorsione  di oltre 10 mila euro consumata ai danni della proprietaria dell’appartamento preso dalla stessa Micci in affitto.

 

 

La vicenda si sarebbe iniziata allorquando la famiglia Puglisi-Micci avverte  la necessità di eseguire dei lavori di tinteggiatura delle pareti e di ristrutturazione dell’impianto idraulico. L’accordo fra la moglie di Salvo Puglisi (che chiamerà un cognato per l’esecuzione di tali opere) e la padrona di casa prevede un esborso di 2.500 euro cadauna. 
Dopo aver ultimato questi lavori, però, è il Puglisi a farsi ulteriormente sotto, chiedendo dapprima la sostituzione della porta d’ingresso e, successivamente, di tutti gli infissi della casa, perché vecchi e fonte di spifferi. Nel primo caso la locataria chiede all’uomo di occuparsene direttamente, concordando che avrebbe scomputato la spesa allorquando sarebbe arrivato il momento di pagare la pigione, per gli infissi cerca di prendere tempo, anche al fine di evitare un tale impegno economico.

Il Puglisi, però, stando a quanto emerge dall’attività investigativa dei carabinieri, non demorde. Anzi, si mette a pressare la padrona di casa che, alla fine, decide di provvedere personalmente, mettendosi d’accordo con un artigiano di Gravina e sulla base di un preventivo di duemila euro.

Dopo qualche tempo il Puglisi riferisce alla signora di voler lasciare la casa, nel centralissimo corso San Vito di Mascalucia. Ma per la donna non sarà esattamente una liberazione. L’inquilino, infatti, spalleggiato dalla moglie, afferma di avere eseguito degli altri lavori in autonomia (inutile sollecitare la produzione delle relative fatture per cercare di comprendere quando sarebbero stati fatti tali lavori e in che parti dell’abitazione), motivo per il quale pretende di essere risarcito. La cifra? “Appena” diecimila euro. 
Una cifra importante, che la poveretta, temendo anche per l’incolumità dei figli, si sarebbe decisa a  pagare, per quanto a rate, a fronte di un’altra minaccia di cui sarebbero entrati a conoscenza i carabinieri: «Se non mi dai questi soldi ti faccio passare una serie di problemi. Inoltre, appena vado via, consento a un mio parente di occupare la casa e poi vediamo come finisce...». Insomma, bere o affogare.

Alla fine, nonostante gli arresti dell’uomo, la signora estinguerà il “debito” versando quanto richiesto proprio alla moglie del malavitoso, adesso chiamata più nel concreto a rispondere di quei fatti.

A seguito dell’esecutività del provvedimento restrittivo, Lucia Pulvirenti e Ornella Micci sono state condotte e rinchiuse nel carcere di Messina Gazzi. 

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