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Cronaca

Omicidio "Turi Paredda", ridotti a vent'anni in appello 4 dei 5 ergastoli

Il delitto avvenne a Paternò nel 2014. Ad agire un commando di sei persone

Di Orazio Provini

Era il 27 giugno del 2014 quando in un agguato a Paternò un commando di sei persone attese il bersaglio mentre si apprestava in compagnia della moglie a lasciare in auto la propria abitazione (la donna era alla guida della vettura). Salvatore Leanza (il bersaglio) non fece in tempo neanche a lasciare il complesso dove abitava, erano circa le sette del mattino, quando la sua auto venne fatta oggetto di una pioggia di proiettili esplosi da tre diverse pistole che non gli diedero scampo.

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In primo grado (rito abbreviato) il 26 novembre del 2019, il giudice inflisse ai sei componenti di quel commando, poi arrestati, cinque ergastoli e una condanna a vent’anni. L’ergastolo andò ad Antonino Barbagallo (detto Nino u muzzuni), Alessandro Giuseppe Farina, Antonio Magro (noto come ‘u rannazzisi), Francesco Santino Peci e Sebastiano Scalia (soprannominato Iano cacocciola). Vent’anni invece - riconosciute le attenuanti generiche - a Vincenzo Patti (detto frastorno).

Al termine dell’appello, conclusosi ieri, i giudici hanno riconosciuto a quattro dei cinque condannati all’ergastolo le attenuanti generiche,  riformando la sentenza e riducendo le pene a vent’anni. Gli sconti hanno riguardato  Alessandro Farina, Antonio Magro, Francesco Santino Peci e Sebastiano Scalia. Confermato l’ergastolo ad  Antonio Barbagallo e i vent’anni a Vincenzo Patti. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro  novanta giorni.
 A decidere la morte di Salvatore Leanza (detto Turi Paredda) dissero gli inquirenti, fu il capo del clan Morabito-Rapisarda, Salvatore “Turi” Rapisarda indicato esponente vicino al clan mafioso catanese dei Laudani. E proprio l’omicidio di Leanza avrebbe poi sancito una sorta di “decapitazione” degli esponenti del clan Morabito-Rapisarda, gran parte dei quali finiti nelle mire della giustizia che, dal 2015, con varie operazioni ha colpito duramente l’organizzazione, arrestando alcune decine di affiliati.

A raccontare i particolari dell’agguato e quei momenti dell’esecuzione, un paio di collaboratori di giustizia. In particolare fu Francesco Musumarra ha spiegare le fasi del dell’agguato, indicando i nomi degli uomini che formarono quel giorno il commando e dettagliando le fasi dell’omicidio. Un delitto pianificato con cura per almeno due, tre settimane e da eseguire anche se l’uomo fosse stato in compagnia della moglie, per la quale però furono date istruzioni di non colpirla (la signora rimase leggermente ferita).

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