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Cronaca

Processo trattativa Stato-Mafia, il legale di Mori: «Ristabilita la verità dopo vent'anni di persecuzione»

L’avvocato Basilio Milio commenta la decisione della corte d’assise d’appello di Palermo che ha assolto il suo assistito

Di Lara Sirignano

Dopo anni di accese battaglie in tribunale il tono è disteso. Mai dichiarazioni sopra le righe, alle polemiche mediatiche ha sempre preferito lo studio degli atti e le iniziative formali. Oggi, dopo la prima lettura della sentenza con cui la corte d’assise d’appello di Palermo ha assolto il suo assistito, l’ex ufficiale del Ros Mario Mori ed il suo collaboratore Giuseppe De Donno, dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato, in quello che è stato definitvo il processo sulla cosiddetta trattativa, l’avvocato Basilio Milio qualche commento sente di poterlo fare. Intanto proprio su quella che è stata definita la trattativa.

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«Diversi titoli di giornale - dice - sostengono che la trattativa ci fu, ma a leggere la sentenza si percepisce tutta un’altra cosa. La corte scrive che ci furono contatti tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino, cosa che nessuno ha mai negato, non che ci fu la trattativa, almeno nel senso deteriore che al termine è stato attribuito».

Peraltro i giudici in più di un passaggio tengono a precisare che il termine trattativa mal si concilia col reato ipotizzato dall’accusa. «La trattativa, qualsiasi trattativa che non si discosti dall’accezione comune con cui è intesa tale locuzione, postula un’interlocuzione tra due o più parti finalizzata a giungere ad un accordo che si sostanzi in reciproche rinunce e concessioni. Essa prefigura quindi uno scenario incompatibile con il reato di minaccia», spiegano.

 

 

«Anche a prescindere da questo a me - dice il legale - di questa sentenza, che comunque ristabilisce la verità su quanto accaduto, preme sottolineare due punti principali: intanto esclude la responsabilità morale dei vertici del Ros dell’epoca nella morte del giudice Paolo Borsellino e poi nega la loro resposabilità giuridica in merito al reato di minaccia allo Stato, affermando che nel cercare il dialogo con Vito Ciancimino avevano come esclusiva finalità la tutela degli interessi collettivi. Insomma, agirono per fermare le stragi, quindi per salvare delle vite umane e tutelare l’incolumità e la sicurezza pubblica».

 

 

Milio allude ai passaggi della sentenza in cui la corte mette nero su bianco che i carabinieri agirono «avendo effettivamente come obbiettivo quello di porre un argine all’escalation in atto della violenza mafiosa che rendeva più che concreto e attuale il pericolo di nuove stragi e attentati». Inoltre «La sentenza di primo grado indicava la cosiddetta trattativa come movente della strage di via D’Amelio, - continua Milio - nel provvedimento depositato ieri questa conclusione è totalmente smentita e anzi si indica nell’inchiesta mafia-appalti svolta dal Ros la possibile causa della decisione di Cosa nostra di stringere i tempi dell’assassinio di Borsellino, assassinio, precisa la corte, comunque già in itinere».

 

 

Milio commenta anche le bacchettate che i giudici riservano all’azione del Ros, in più parti definita «improvvida». «Trent'anni fa a Palermo avevano i morti ammazzati agli angoli della strada, i giudici che saltavano in aria con le autobomba e lo Stato, dopo la morte di Borsellino, aveva proclamato pubblicamente la sua resa allo strapotere mafioso. - dice - Non a caso i giudici che hanno assolto Mori per la mancata cattura di Provenzano hanno definito quella scelta di contattare Ciancimino non '"improvvida" ma "lodevole e meritoria"». E termina: «quel che conta sono le conclusioni a cui sono giunti, che costituiscono l’ennesima sconfessione dei teoremi giudiziari che perseguitano da vent'anni chi ha combattuto veramente cosa nostra».
 

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