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Editoriali

I femminicidi e l'esigenza di educare l'uomo a una nuova narrazione del sentimento

La storia di Vanessa che in una notte d’estate sporca di sangue il bel lungomare di Acitrezza grida giustizia

Di Monica Guerritore

Vanessa come Giulia e come tante altre. Troppe. Ma anche una sarebbe troppo. Anche questo tragico femminicidio avvenuto in Sicilia ripete lo schema immortale. È sempre lo stesso modello sentimentale: le donne abbassano le difese, non guardano con i mille occhi dei lupi, credono nell’amore come lo vedono gli occhi dei bambini e tentano la via nuova con quello stesso sguardo e quello stesso cuore. Ma vengono uccise da uomini che ne spezzano il volo, inadeguati a vedere la loro donna che cambia. 

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Ho raccontato nel mio libro “Quel che so di lei. Donne prigioniere di amori straordinari” la vicenda tragica della palermitana  Giulia Trigona dama di corte della regina Elena, suggeritami da Andrea Camilleri: la nobildonna, zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fu uccisa con ventisette coltellate sferrate con furia dall’uomo col quale aveva fatto l’amore per l’ultima volta e che aveva deciso di lasciare. Era il 1911. L’amante Vincenzo Paternò fu condannato all’ergastolo. 

La storia di Vanessa che in una notte d’estate sporca di sangue il bel lungomare di Acitrezza grida giustizia. 

Lungo la mia strada ho appreso che l’amore, il rapporto tra maschio e femmina, va preso di petto, stravolto e reinventato di continuo. È un nuovo amore quello che salva tutti - donne  uomini - dalla dialettica di morte, prevaricazione e sangue di cui la storia è costellata. Questo nuovo amore, deve cambiare la narrazione, volgere la tragedia in commedia, regalando al nostro tempo il dono più grande di tutti: la leggerezza.  È il coraggio di reinventarsi lievi che ci indica l’uscita dal labirinto. 

Sono trascorsi 110 anni dall’uccisione di Giulia a quella di Vanessa.  Non si è ancora svolto un passaggio culturale fondamentale. 

Bisogna aiutare gli uomini e  creare una nuova narrazione del rapporto sentimentale. La fine non è un lutto. La fine è una ripartenza e comunque una decisione dell’altro che va rispettata. È questo il cambio culturale necessario dopo secoli di “senso di proprietà” dell’uomo sulla donna. 

 

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