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Editoriali

La giornata del rifugiato, dall'"Io" al "Noi"

La Giornata celebrata in modo solenne per richiamare l’attenzione del nostro Paese sui disagi e le condizioni vissute da migranti e rifugiati

Di Don Gianni De Robertis

Oggi, domenica 26 settembre, si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Una Giornata giunta alla sua 107esima edizione, voluta da San Pio X nel 1914 al tempo della grande emigrazione italiana, per richiamare l’attenzione del nostro Paese sui milioni di connazionali che per fuggire la miseria partivano verso “Le Americhe” in condizioni spesso miserevoli, ma che dal 2005 la Santa Sede ha voluto fosse celebrata in tutto il mondo perché le migrazioni sempre più sono una realtà globale, che interessa tutti i popoli. 

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In particolare in Italia quest’anno la Giornata viene celebrata in modo solenne (ogni anno la Cei sceglie una regione) nelle Marche, una regione di circa un milione e mezzo di abitanti che ha visto emigrare nel secolo scorso oltre 700mila marchigiani, come si può vedere nel bellissimo museo della emigrazione marchigiana sito a Recanati. 

Ogni anno il Santo Padre in occasione di questa Giornata invia un messaggio che quest’anno ha per titolo: “Verso un noi sempre più grande”. È su questo messaggio, di grande attualità, che brevemente voglio fermarmi, invitandovi poi a leggerlo integralmente. Il messaggio trae ispirazione da una preoccupazione e da un desiderio che Papa Francesco aveva già espresso nella sua enciclica “Fratelli tutti”. La preoccupazione che, «passata la crisi sanitaria, (…) cadiamo ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica», e il desiderio «che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”». 

Dio infatti ha creato l’essere umano come un noi.  Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità. Ed è ancora verso un “noi” che è orientata la storia umana, destinato ad includere tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). Tuttavia «il tempo presente ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato». L’immagine di Dio, a causa del peccato, dell’individualismo radicale e di nazionalismi chiusi e aggressivi, si è frantumata. Sant’Agostino esprime bene questa nostra condizione, così come pure l’opera di Dio, con un gioco di parole indimenticabile: «Il nome stesso di Adamo, l’ho detto più di una volta, significa l’universo secondo la lingua greca. Comprende infatti quattro lettere: ADAM. Ora in greco il nome di ognuna delle quattro parti del mondo comincia con una di queste quattro lettere: l’Oriente si dice Anatolè, l’Occidente Dysis, il Nord Arctos, e il Mezzogiorno Mesembria; ciò che fa ADAM. Adamo stesso dunque è sparso ora su tutta la superficie della terra. Concentrato una volta in un solo luogo, è caduto e, spezzandosi, ha riempito tutto l’universo con i suoi frammenti. Ma la misericordia divina ha riunito da ogni parte questi frammenti, li ha fusi al fuoco della sua carità, ha ricostituito la loro unità spezzata. Opera immensa, è vero, ma nessuno ne disperi, è un’opera che Egli sa fare» (In Ioannem, trat.9 n.14). E noi tutti siamo chiamati a collaborare con Dio in quest’opera, a ricostruire l’unità spezzata.

A questo scopo il Papa lancia un duplice appello. È interessante come egli non si limita mai nei suoi discorsi a delle considerazioni astratte, ma ci chiama sempre all’azione, a un impegno.
Un appello rivolto anzitutto ai fedeli cattolici: semplicemente a vivere quello che il loro nome esprime. Essere cattolici significa saper riconoscere e accogliere il bene ovunque esso sia, e rallegrarci di esso; significa essere docili allo Spirito che «ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza». E proprio nell’incontro con la diversità dei migranti, nel dialogo interculturale e interreligioso, ci è data l’opportunità di crescere in questa dimensione. Dobbiamo dunque impegnarci a rendere più cattoliche le nostre parrocchie, le comunità in cui viviamo e noi stessi.

Il secondo appello il Papa lo rivolge a tutti gli uomini e le donne del mondo perché impariamo a vivere insieme in armonia e in pace, ad abbattere muri e a costruire ponti, per fare delle frontiere luoghi privilegiati di incontro e non di separazione. Ma tutto questo potrà avvenire - questa è la convinzione di Papa Francesco - solo se saremo capaci di sognare un futuro a colori per le nostre società. È questa capacità di sognare, e di sognare insieme, che è urgente risvegliare. Ogni cambiamento ha sempre inizio da un sogno.
* Direttore generale della Fondazione Migrantes
 

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