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Sull’Autonomia differenziata una pioggia di fake news: la riforma non spacca il Paese

Uno dei temi che accende le polemiche è quello relativo ai Livelli essenziali di prestazioni, i famosi “Lep”

Di Carolina Varchi |

Chi critica l’Autonomia differenziata spesso dimentica di compiere una seria riflessione su cosa abbia prodotto la situazione attuale: il gap col Nord, così come l’arretratezza del Mezzogiorno in molti ambiti, non nascono oggi. La riforma sul regionalismo differenziato affronta proprio questo problema, evitando il troppo diffuso atteggiamento piagnone, ma chiamando tutti i soggetti politici e istituzionali a un’assunzione di responsabilità e a una sfida.

Qualche eccesso nella critica, poi, a volte si trasforma in fake news. Ce n’è una che circola da un po’ e riguarda il presunto richiamo alla “spesa storica”, che avvantaggerebbe il Nord oggi più ricco rispetto al Sud. Peccato che nel disegno di legge e anche nelle successive proposte di modifica sia escluso il ricorso alla spesa storica. Il concetto utilizzato è invece quello di “costo standard” che viene individuato anche tenendo conto delle varie realtà territoriali e delle relative criticità. L’unico riferimento alla “spesa storica” riguarda l’atto di ricognizione della situazione attuale. Insomma, un modo per chiedersi: da dove partiamo?

Altro tema che accende le polemiche è quello relativo ai Livelli essenziali di prestazioni, i famosi “Lep”. Anche su questo, la propaganda antigovernativa disegna scenari cupi, ma inesistenti. La riforma prevede che ogni trasferimento di funzioni, personale e risorse sarà possibile solo alla fine del lavoro della cabina di regia, finalizzato a individuare i Lep. Si tratta, tra l’altro, di una procedura che consentirà di fissare i livelli minimi essenziali di servizi e prestazioni su tutto il territorio nazionale, colmando eventuali lacune presenti in specifiche zone d’Italia. Per intenderci, se una Regione chiede più autonomia su una materia, gli stessi costi devono essere previsti anche per quelle Regioni che non hanno chiesto competenze ulteriori. Inizialmente, dunque, le competenze saranno uguali per tutti. Del resto, grazie a Fratelli d’Italia, sono stati riaffermati principi quali il rispetto dell’unità nazionale; la coesione territoriale e sociale; il finanziamento delle Regioni più in difficoltà, anche se non firmano le intese; il coinvolgimento del Parlamento e la partecipazione attiva delle Istituzioni interessate.

Leggo, poi, che sulla riforma il governo non avrebbe messo un euro. Peccato che il testo approvato sia una legge procedimentale che non stanzia risorse, ma si limita a determinare le regole ed i criteri per attuare la Costituzione. Le risorse saranno trovate quando si passerà alla fase delle intese con le Regioni.Ancora più incomprensibili sono le critiche relative a una presunta “incostituzionalità” della riforma, considerato il fatto che questa attua proprio il dettato costituzionale e in particolare l’articolo 116 della nostra Carta. E se queste critiche appaiono di difficile comprensione dal punto di vista tecnico, lo sono ancora di più sul piano politico, considerato il fatto che la riforma in questione è nata col Governo Amato. E fa sorridere che oggi a intestarsi una battaglia contro l’Autonomia differenziata siano forze politiche come il Pd: un partito che, attraverso il proprio attuale vicesegretario nazionale e Presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, e il suo ex segretario nazionale ed ex presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha richiesto l’avvio del decentramento amministrativo.

Più comprensibili appaiono, invece, le critiche di chi ha amministrato Regioni ed enti locali e in qualche caso le amministra ancora. Attaccare la riforma sull’Autonomia è un mezzo utile per nascondere una verità di fondo: spesso, alcuni amministratori locali hanno fallito o si sono cullati su un atteggiamento vittimistico con il quale hanno provato a giustificare l’incapacità di colmare il gap col resto d’Italia. E l’Autonomia differenziata ha anche questo obiettivo: richiamare le Regioni a una competitività virtuosa.Del resto, questo tipo di polemiche ricorre anche su un altro importante provvedimento: la Zes Unica per il Sud. Una riforma, quella voluta dal ministro Raffaele Fitto, che ha reso tutto il Mezzogiorno una zona a tassazione agevolata, in grado di attrarre nuovi investimenti e creare così nuovi posti di lavoro. Ma anche qui, ecco le critiche di chi non vuole che si tocchi lo status quo, anche se questo non ha prodotto alcun vantaggio per il Sud. Allora ben venga l’Autonomia differenziata e ben venga la Zes Unica. Il Sud ha tutte le carte in regola per mettersi a correre. Piangersi addosso non servirà a nulla, tranne che a crearsi un comodo alibi per i fallimenti presenti e passati.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA