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Le targhe delle strade che “parlano” della Catania dell’800

Catania

Le targhe delle strade che “parlano” della Catania dell'800

Di Pinella Leocata

Catania - Quelle targhe in marmo bianco con le lettere in metallo che si vedono in qualche strada del centro storico li avevano incuriositi. A cosa fanno riferimento? E perché e quando sono state collocate agli angoli delle strade? E’ così che Giovambattista Condorelli ed Enzo Agliata - entrambi soci del Cai - hanno iniziato la loro ricerca e, incrociando informazioni tratte da diverse fonti, sono giunti alla conclusione che le targhe indicavano le sezioni elettorali della Catania della seconda metà dell’Ottocento, dopo l’Unità d’Italia. Punto di partenza è la legge 297 del 20 giugno 1871 che obbligava i Comuni a istituire il registro dell’anagrafe e, dunque, a suddividere la città in zone e a dare nome e numeri civici alle strade e alle piazze che non li avevano. Una decisione presa in vista del secondo censimento nazionale della popolazione che, per legge, si teneva - e si tiene - ogni dieci anni entro il 31 dicembre dell’anno che finisce con il numero 1.

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Regole che si rendevano necessarie per facilitare il censimento del 1871 alla luce della difficile esperienza fatta alla prima prova del 1861. L’istituzione dell’anagrafe doveva servire per i vari usi possibili, dal servizio di leva alle votazioni. Allora, come rivelano le ricerche condotte da Condorelli e Agliata, la città fu suddivisa in 15 sezioni elettorali: Monserrato, Carmine, Spirito Santo, San Berillo, Ferrovia, Collegio Cutelli, Porto, Angelo Custode, Municipio, Benedettini, Idria, Tribunali, Orto Botanico e Cibali. Questo dicono le targhe che i due ricercatori hanno rintracciato e “collocato” su una carta topografica della Catania di allora, quella dell’editore Vallardi datata 1867, la prima della città realizzata dopo l’Unità d’Italia.

Di ognuna delle sezioni elettorali in cui era suddivisa la città resta almeno una targa, ad eccezione di San Berillo dove anche queste testimonianze storiche sono andate perdute con lo sventramento del vecchio quartiere. Finora sono state rintracciate una ventina di targhe i cui nomi parlano della Catania di allora. Una città di gran lunga più piccola di quella attuale, dove non era ancora stata tracciata tutta la sequenza dei viali, dove non esistevano piazza Trento e piazza Verga e dove la campagna iniziava, a ponente, nelle attuali vie Carlo Forlanini, Susanna e Curia e, a levante, nelle attuali vie Imbriani, Grotte Bianche e Messina. Allora, nel 1871 - quando la popolazione ammontava a 83.700 abitanti contro i 70.600 del decennio precedente - Cibali erano poco più che un agglomerato di poche case distanti dal centro. Anche i nomi delle sezioni “parlano” della città di allora, come spiega l’ing. Giovambattista Condorelli, presidente di SiciliAntica Catania. «Rispetto al periodo precedente all’Unità d’Italia scompare l’antico nome del quartiere Civita al quale viene sostituito quello di Ferrovia, la grande novità tecnologica del tempo di cui la città era orgogliosa. Di recente istituzione era anche l’Orto Botanico che dà il nome ad una delle sezioni cittadine individuate nel 1871. Cancellato anche il nome del quartiere Castello cui viene preferito quello di Santa Maria dell’Aiuto con riferimento all’omonima chiesa. Il nome del quartiere Antico Corso viene sostituito con quello di Idria in omaggio alla vicina Chiesa di Santa Maria dell’Idria. Inalterato, invece, il nome del quartiere Benedettini, sebbene i monaci fossero stati sfrattati dall’immenso monastero a seguito delle Leggi Siccardi».

«L’area tra via Etnea e piazza Stesicoro - continua Condorelli - si chiamava Tribunali dal momento che questi, allora, avevano sede a Palazzo Tezzano. Immutati, invece, i riferimenti ai quartieri Municipio, Angelo Custode, Collegio Cutelli, Carmine, Monserrato Cibali». Queste targhe di buona fattura, di cui restano una ventina di esemplari, hanno dunque un importante valore storico che va tutelato. Di qui la sollecitazione al Comune affinché conservi questa memoria dei quartieri della Catania di metà Ottocento obbligando, in caso di rifacimento delle facciate dei palazzi o di una loro ristrutturazione o demolizione, al loro recupero e alla loro ricollocazione.

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