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Senza soldi né cibo, così il virus della disperazione contagia la Sicilia

Cronaca

Senza soldi né cibo, così il virus della disperazione contagia la Sicilia

Di Mario Barresi

Bene. Continuano a dirci, continuiamo a dirci, che andrà tutto bene.

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Ma, mentre ci si rassegna a coniugare il verbo a un futuro sempre più anteriore (e indefinito), c’è già chi sta male adesso.
E non perché contagiato dal Covid-19, ma in quanto infettato da un altro virus ben conosciuto: la disperazione.

Catania, via Androne, venerdì pomeriggio. Un giovane, giubbotto e berretto di lana blu, staziona davanti a un supermercato. Ed è tutto sommato tollerato, nel suo chiedere a chi esce con il carrello pieno di dargli «qualcosa da mangiare». In molti affrettano il passo, qualcuno si ferma e tira fuori un pacco di pasta, un cartone di latte, una scatola di pelati. Ma a un certo punto lui entra. Pochi minuti, giusto il tempo di riempire la busta di plastica rigida con altri prodotti presi alla rinfusa dagli scaffali. Evita di passare dalla cassa, viene bloccato all’uscita. «Io non le devo spiegare niente. Questa è spesa mia, non ho scontrino perché me l’hanno data le persone qui fuori», grida a un addetto del supermercato, gilet blu e mascherina d’ordinanza, che prova a strappargli il “bottino”. «Ma cu ‘sta emergenza che c’è perché gliela devo tornare?». La risposta, nella baraonda, ha un suo senso: «Se mi chiede venti euro per fare la spesa, glieli posso dare. Ma così no... non la posso fare passare». Arrivano i carabinieri. Identificato il “ladro” (un padre di famiglia, pure incensurato) e quantificato il “bottino” (pochi euro, al netto della merce regalata da altri clienti), la brutta storia ha un bel finale. Gli uomini in divisa, così raccontano dei testimoni, si offrono di pagare di tasca loro; il direttore del punto vendita, a quel punto, non fa una grinza: «Gliela offro io, purché non crei più problemi».

È così dappertutto. Perché quella della pandemia è una curva darwiniana. E non c’è bisogno di aspettare alcun picco, per capirlo. Prevalgono, e dunque sopravvivono, naturaliter, i più forti: i giovani rispetto ai vecchi, i sani rispetto ai malati. E lo stesso meccanismo si replica negli effetti collaterali. Il più diventa ancora di più, il meno ancora di meno. Divaricando la distanza - a tutti i livelli - fra onesti e furbi, responsabili e incoscienti, stakanovisti e fankazzisti. Ma anche, senza scomodare la trincea delle corsie, rider sempre in strada e manager in videoconferenza, cassiere alla cassa e cattedratici fuori cattedra. E, com’è ovvio che sia, la forbice s’allarga, fino a rischiare di spaccarsi, anche fra benestanti e indigenti.

Ma è una nuova povertà, quella che si va diffondendo in questi giorni. Il risultato di un “tampone” arriva davanti ai nostri occhi. In un’altra scena di ordinaria quotidianità catanese nell’epoca del coronavirus. Ieri, alla vigilia della seconda domenica di chiusura, in Sicilia contrariamente al resto d’Italia, di supermercati e negozi di generi alimentari (oggi aperte soltanto edicole e farmacie di turno), in corso Sicilia c’è una coda lunga decine di metri per entrare in un discount. La «distanza sociale» - quella imposta dai dpcm e dalle ordinanze - è rispettata. Chi aspetta di riempire sporte e carrelli sta in fila, con ordine e pazienza. Senza neanche accorgersi della presenza, nelle rientranze dei portici, dei “soliti” senzatetto. Due, tre, quattro invisibili già sempre lì ben prima del coronavirus. Adagiati al muro, con qualche bottiglia d’acqua e un boccone custoditi in un sacchetto di plastica, un paio di randagi come compagnia magari indesiderata. Ma l’attenzione degli aspiranti acquirenti - una giovane signora confessa all’amica che vuole prendere «un filetto di maiale perché poi devo provare una ricetta con i porcini che voglio mettere su Instagram» - viene distolta da una presenza “aliena”, diversa da quella dei clochard. Un tipo, che dimostra settant’anni ma magari ne avrà cinquanta, si piazza all’ingresso. Seduto su una sedia di plastica, con una sacca verde dai manici rafforzati con lo scotch. «Non ho mai avuto un lavoro regolare, ma sempre onesto. Non ho un euro, non chiedo soldi. Ma qualcosa da mangiare. E mi vergogno, come un ladro, ma a rubare non ci voglio andare».

È il simbolo della nuova disperazione. Aggiuntiva, più subdola, rispetto a quella che eravamo abituati a ignorare. Quel signore, un pugno nello stomaco di chi va a fare la spesa di sabato perché oggi è tutto chiuso, è uno dei 3,7 milioni di lavoratori in nero che l’Istat stima in tutta Italia. La nuova fascia a rischio: senza soldi e senza tutele. È soprattutto a lui, oltre che ad altri cittadini borderline, che si dovrà rivolgere la misura anticipata dalla Regione e poi comunicata da Palazzo Chigi: soldi ai sindaci per i generi di prima di necessità dei bisognosi.

Ci sono anche queste persone, nel 10% in più di richieste registrate dal Banco Alimentare in Sicilia (eccezionale anche il lavoro sotto il Vulcano); ci sono anche queste persone nella fila, quasi un assembramento, davanti all’Emporio Solidale di via Luigi Sturzo a Catania, per i pacchi con alimenti freschi e a lunga conservazione; ci sono soprattutto queste persone, con il pudore di chi lo fa per la prima volta, ad accettare la “spesa sospesa” che commercianti e volontariato cominciano a proporre, come ultimo passo prima di andare alla mensa della Caritas.

Peppe Provenzano, da uomo di una sinistra che non c’è più (o meglio c’è, ma è confusa fra legittimi istinti di rivolta sociale e sempiterne idee di redistribuzione del reddito) ha avuto il coraggio di sfatare il tabù, pronunciando l’impronunciabile: «In questo momento dovremmo aiutare anche chi lavora in nero». Poi, anche per scansare il fuoco delle critiche, il ministro del Sud ha fatto più di mezzo passo indietro.

Sì, magari fra i nuovi affamati ci saranno pure i furbetti del reddito di cittadinanza, ci sarà pure il catanese che giovedì è stato denunciato dalla polizia perché trovato in giro senza validi motivi. «Faccio il parcheggiatore abusivo», ha avuto l’ardire di scrivere nell’autocertificazione. E ci sarà persino il “Masaniello Vip” di Paternò: organizzava, via WhatsApp, una rivolta «di mille persone in piazza», con assalto a municipio e supermercati, cavalcando la rabbia e il disagio. I carabinieri l’hanno individuato, denunciandolo per istigazione a delinquere. Sequestrata l’arma del delitto: un “iPhone 11 Pro” usato per diffondere il tumulto. Mentre la sua Porsche era in quarantena in garage.

C’è di tutto. Compresi squali e pescecani. Anche qui vale quel regime - un misto fra L’origine della specie di Darwin e Il libro della giungla di Kipling- che stiamo vivendo. Tutti. Ma in quest’oceano nero, stavolta, rischiano di annegare tutti. Buoni e cattivi.

Twitter: @MarioBarresi

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