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Cronaca

Tra i disperati della baraccopoli di Paternò: agli “schiavi” delle arance 80 cent a cassetta

Di Mary Sottile

PATERNO' - Sono circa 200 (a fare la stima sono loro stessi, gli abitanti della baraccopoli di contrada Ciappe Bianche), probabilmente tutti di origine nordafricana; di certo ci sono algerini, marocchini e tunisini, età variabile tra i 25 e i 40 anni.
E’ la forza lavoro straniera che arriva, come ogni anno, in città, per la campagna agrumicola.

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Il gruppetto che abbiamo incontrato viene da Napoli dove, raccontano, hanno casa in affitto, non lo stesso è possibile fare a Paternò: «La gente non si fida – dice Jarraf, 29 anni, algerino, in Italia irregolare -. Ci sono state brutte esperienze in passato, quindi, nessuno vuole affittare le loro case. Mi piace l’Italia, ho girato il mondo, qui mi trovo meglio».

La baraccopoli è cresciuta di numero da qualche giorno, dopo la chiusura dell’ex albergo Sicilia. Questi sono, però, i giorni di freddo intenso ed ecco che la Caritas, alcune parrocchie della città e semplici cittadini, hanno fatto partire una campagna per la raccolta di coperte e piumoni. È necessario fornire un minimo di sostentamento in quel letamaio che è Ciappe Bianche, tra rifiuti di ogni genere, topi e chissà che altro. Sempre la Caritas, grazie all’instancabile lavoro della “Bisaccia del pellegrino”, assicura anche un pasto caldo la sera.

Per evitare assembramenti, da qualche giorno, la distribuzione della cena da asporto, non avviene più (almeno per loro), nei locali della mensa sociale di via Vittorio Emanuele, ma nei pressi dell’accampamento di fortuna, in via Giovanni Verga.

Ci parlano anche del loro lavoro. Sono messi per la quasi totalità in regola, ma non mancano i caporali. Ed ecco cosa accade: la loro paga si dovrebbe aggirare tra i 40 e i 50 euro giornalieri, non chiaro, però, se riescono effettivamente a percepirli, perché, ci raccontano, di esser pagati in base al lavoro svolto, dunque a cottimo. A determinare la misura del pagamento è il raccolto che riescono ad effettuare, quantificato di norma in 1,20 centesimi di euro per ogni cassetta di agrumi raccolti. Pagano 5 euro al giorno al caporale (la gestione è in mano a italiani e rumeni) che li porta al lavoro, sempre il caporale, poi, stabilisce una sorta di “pizzo”, sul lavoro effettuato. In pratica pretende un terzo degli 1,20 centesimi di euro a cassetta guadagnati dal bracciante agricolo, dunque, a conti fatti, al lavoratore, come guadagno, restano solo 0,80 centesimi di euro.

Non una novità, né la baraccopoli di Ciappe Bianche, né lo sfruttamento di questi uomini. Qui è dove l’umanità, amaramente, finisce.

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