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Valentina Di Pietro, la biologa catanese cervello in fuga che protegge i cervelli

Di Maria Ausilia Boemi
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«Mi sono laureata a Catania in Scienze biologiche - racconta -, poi ho conseguito la specializzazione in Genetica medica sempre a Catania, ho fatto un dottorato di ricerca alla Cattolica di Roma e infine sono finita in Inghilterra, prima come post doc all’università di Southampton e, dal 2012 a oggi, all’università di Birmingham dove sono lecturer (la qualifica precedente all’associato) in Neurotrauma». La ricerca per la quale è finita agli onori della fama scientifica internazionale affonda le sue radici nel dottorato alla Cattolica di Roma: «Nel 2008, il mio professore di dottorato mi affiliò al gruppo di ricerca in Inghilterra capeggiato dal romano Antonio Belli; il prof. Belli passò poi a Birmingham e mi tirò nel suo gruppo dove sono cresciuta e dove abbiamo fatto questa scoperta. La commozione cerebrale può portare a una sintomatologia che si risolve spontaneamente in 2-3 settimane. Ma esistono categorie a rischio di subire multipli traumi cranici (ad esempio gli atleti negli sport da contatto, come i rugbisti, ma anche i bambini o i militari) e, quando ci sono queste esposizioni a diversi traumi, si sviluppa un danno cerebrale cumulativo che può portare a neuro-degenerazioni precoci. Allo stato, non esiste una diagnosi valida per il trauma cranico lieve, così quando ad esempio c’è una collisione durante un evento sportivo, la diagnosi è fatta solo sulla valutazione della sintomatologia, non sempre evidente immediatamente. Quindi il problema è riconoscere subito un trauma cranico lieve, in modo da fermare lo sportivo per 2-3 settimane per evitargli ulteriori traumi che portino ad accumulare un danno cerebrale». La dottoressa Di Pietro, con il team, ha quindi cercato bio-marcatori che consentissero di effettuare una diagnosi chiara e immediata della commozione cerebrale: «Abbiamo iniziato a cercarli nella saliva nel 2016, spostandoci ad analizzare non più le proteine, ma le molecole di micro Rna, analizzando come si evolvono e come cambiano dopo un episodio di commozione cerebrale o di trauma lieve». Lo studio è stato condotto in collaborazione con la Federazione sportiva d’eccellenza del Rugby, seguendo il campionato per 2 stagioni: «Abbiamo collezionato la saliva di questi giocatori subito dopo episodi sospetti di trauma cranico, a fine partita e dopo 36 ore. La prima stagione è stata dedicata allo studio delle molecole per vedere come cambiavano in questi 3 momenti e tirando fuori le più rappresentative. La seconda stagione è servita per validare i risultati, ottenendo una conferma del 94%: abbiamo così trovato un panel di 14 bio-marcatori che, combinati insieme, possono darci una chiara indicazione se il trauma è avvenuto oppure no».

Ovviamente, per ora i risultati riguardano solo uomini tra i 20 e i 40 anni (il target dei rugbisti dello studio): «Non abbiamo ancora dati se ci siano differenze nelle donne o nei bambini, su cui sono in corso ulteriori studi. E poi dobbiamo capire perché queste molecole si trovano nella saliva subito dopo il trauma cranico: quindi il prossimo progetto è cercare di scoprire quali sono i meccanismi molecolari che inducono l’espressione di queste molecole e capirne i meccanismi interni cellulari». Una scoperta, dunque, di grande rilevanza scientifica e mediatica, che va ad allungare il palmares dell’università di Birmingham e non di un ateneo italiano: «A me mancano da morire la Sicilia, l’Italia, la famiglia, gli affetti. Per tanti anni sarei tornata a qualsiasi condizione, ma onestamente non ci sono mai riuscita». E un eventuale rientro, ormai, non è più in programma, soprattutto per i figli: «Oggi che sto facendo bene il mio lavoro, sono contenta di dove sono arrivata e soprattutto i bambini mi hanno dato una spinta motivazionale in più per rimanere qua, nel senso che, nonostante siamo lontani dalla nostra famiglia, penso che se li portassi adesso in Sicilia, magari tra 10 anni sarebbero costretti loro a andarsene per gli stessi motivi per cui me ne sono dovuta andare io. La mia non è stata una scelta volontaria, ma di necessità. Purtroppo è una triste realtà, ma ora che ci sono i bimbi sono contenta di essere qua e non me ne andrei perché qua penso di offrire loro possibilità migliori per il futuro».

Quindi la Sicilia e l’Italia in generale preparano, e anche molto bene, ma poi fanno fuggire i cervelli o, ancora peggio, non li fanno tornare: «In Italia mancano soprattutto gli investimenti. Nelle altre nazioni ci sono tantissime possibilità di applicare per grant e ottenere soldi per la propria ricerca: se hai delle bellissime idee, le puoi portare avanti perché hai i soldi per farlo. In Italia non accade: io penso che il ricercatore italiano abbia una marcia in più rispetto agli altri perché, non avendo soldi, deve ingegnarsi ed essere più fantasioso, ma non può comunque crearsi una carriera perché, anche se ha idee brillanti, deve stare sotto il capo di turno, che decide se la sua idea è valida o no. È difficile ottenere finanziamenti, mentre qua in Inghilterra anche un semplice dottorando, se ha una bella idea, può applicare per dei grant e, se l’idea piace - e qui il sistema è molto meritocratico - allora può andare avanti da solo, non deve pregare nessuno». Insomma, Italia imbattibile nella formazione, ma il problema si presenta dopo: «La mia formazione in Italia è stata fondamentale, le mie basi le ho create in Italia. E tutti gli italiani che ho incontrato durante la mia carriera all’estero sono persone affermate, perché qua hanno avuto la possibilità di farlo mentre in Italia no. A livello di educazione e formazione, però, credo che l’Italia sia una dei migliori posti al mondo».

Come tutti gli espatriati, dunque, Valentina Di Pietro vive la nostalgia e il rimpianto di essere lontana dalla sua terra e dai suoi affetti, prezzo amaro da pagare per realizzarsi dal punto di vista professionale: «Della Sicilia mi manca il sole sicuramente, la famiglia, il mare, gli odori, i colori. Cosa non mi manca, invece? Il fatto che quando vado a lavorare qua, sono contenta, in Italia, invece, dopo la laurea il percorso è stato sempre difficile: dal dovere pregare per un contratto di lavoro al combattere con le difficoltà burocratico-amministrative anche solo per avere un reagente». Amarezza, ma non rimpianti: «Ho sofferto, nel senso che non è stato semplice lasciare tutto e ricominciare all’estero. Anche perché l’Inghilterra è veramente diversa culturalmente dall’Italia. Soprattutto all’inizio, è stato uno shock: qui sono molto riservati, cordiali ma freddi, mentre in Italia siamo più gioiosi e predisposti a socializzare. Devo dire che è stato difficile integrarsi, capire come funziona il sistema, la cultura inglese ed accettarla, però oggi dico che sono contenta di avere fatto questi sacrifici e di essere arrivata dove sono arrivata». Perché le soddisfazioni professionali - che sono le maggiori per Valentina Di Pietro - sono arrivate a compensare i sacrifici, «ma anche i bambini mi hanno dato una forte spinta motivazionale: la soddisfazione di vederli crescere bilingue, di essere aperti mentalmente, anche dal punto di vista umano di mamma ha dato un significato ai miei sforzi».

E allora, cosa può consigliare ai giovani? «Consiglio di coltivare le proprie passioni e resistere nei momenti di difficoltà perché questa è stata fondamentalmente la mia storia. Io volevo lavorare nella ricerca, ci ho provato disperatamente in Italia e non ci sono riuscita, sono allora andata all’estero e ci sono riuscita. Però è stata dura. C’è stato un periodo in cui sono stata profondamente in crisi perché sarei voluta tornare a qualsiasi condizione, ma sono riuscita a resistere anche perché ho fatto famiglia e questo mi ha dato tanta forza. E ora siamo contenti». Certo, l’Italia deve cambiare le proprie priorità e capire (e quando, se non ora, con la pandemia che ha inchiodato il Paese ai suoi errori?) che la ricerca è il vero volano di sviluppo: «L’Italia deve capire che bisogna investire sulla ricerca e sui giovani, perché i giovani sono il motore di tutto. Mio marito nei momenti difficili mi ha sempre detto: “C’è gente che sogna di andare in Italia almeno una volta nella vita, noi abbiamo avuto la fortuna di viverci per 25 anni”. Certo, mi sarebbe piaciuto fare queste cose a casa mia, sarebbe stato un motivo in più di orgoglio invece di leggere nei titoli “la ricercatrice italiana all’università di Birmingham”, ma è andata così…». E speriamo che possa cambiare…

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