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Politica

Ecco chi c'è dietro l'“imboscata” a Musumeci: ora “MasaNello” sfida gli «scappati di casa»

Tutto sulla "sfiducia" dell'Ars al governatore. Covata e minacciata, ordita ed esplosa. E da ieri niente più, alla Regione, sarà come prima

Di Mario Barresi

Più che una Caporetto, o peggio ancora una Waterloo, a Sala d’Ercole va in scena l’assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando. Una scintilla, “la” scintilla. Covata e minacciata, ordita ed esplosa. Dopo la quale niente più, alla Regione, sarà più come prima.

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La scena-simbolo si consuma lontano da occhi indiscreti. Ma non da orecchie: Nello Musumeci, chiuso in una stanza di Palazzo dei Normanni, chiama i suoi figli. «Questi vigliacchi non hanno capito con chi hanno a che fare: io torno in aula e mi dimetto. Il 10 aprile si va a votare». I commessi dell’Ars percepiscono che il momento è tragico. Ma, sotto sotto, ridacchiano.

 

Il governatore non lo farà. «Non lascio, ma raddoppio, rilancio», sbotta in serata lanciando al centrodestra la sfida dell’azzeramento della giunta. E attaccando  i  «sette scappati di casa» (e i loro mandanti non occulti) che  si sono macchiati di «un atto di intimidazione»: “sfiduciarlo” platealmente nel voto per i grandi elettori del Quirinale. 

 

In effetti i franchi tiratori della maggioranza allargata sono di più: sui 67 presenti, Musumeci poteva contare su oltre  40 preferenze teoriche: 34 della coalizione, 4 di Attiva Sicilia e 3 di Sicilia Futura-Iv, più Luigi Genovese e l’incognita Danilo Lo Giudice (delfino di Cateno De Luca), esponenti di centrodestra al gruppo misto. Il governatore si ferma a  29, terzo dopo il grillino Nuccio Di Paola. Surclassato da Miccichè (44), a  Musumeci è finita peggio di Rosario Crocetta, battutonel 2015 da Giovanni Ardizzone 44-37. E il distacco dal leader forzista poteva essere maggiore, se ieri in aula ci fossero stati i tre assenti di centrodestra (Roberto Di Mauro, Carmelo Pullara e Riccardo Savona), tutt’altro che ultras del governatore.

 

 

Ma quello che forse Musumeci non sa è che è stato proprio il suo apparente carnefice a stoppare, a ora di pranzo, una trama d’aula delle conseguenze ancora più nefaste: distribuire i voti delle opposizioni e dei No-Nello di centrodestra in modo talmente scientifico, da far arrivare addirittura quarto il presidente della Regione, eleggendo - assieme a Miccichè e Di Paola - un altro deputato del centrodestra. Luca Sammartino è il tenutario del  pallottoliere. Dopo il rifiuto dell’autonomista Di Mauro, i cospiratori hanno un nome di riserva: l’udc  Eleonora Lo Curto. Ma il presidente dell’Ars viene preso da un moto di compassionevole senso delle istituzioni: «No, ragazzi io non ci sto. A Nello bisogna dare una bella lezione, la notifica di quanto l’Assemblea odi lui e Razza, ma se resta fuori dai grandi elettori è una cosa brutta».

 

E così, pressati da altri big della coalizione, i congiurati più spregiudicati sembrano arrendersi. Ma non è finita: al Pd, intorno alle 13,30 arriva una proposta: «Votate tutti uno dei vostri, assieme a Di Paola, e noi l’appoggiamo». L’obiettivo è sempre umiliare Musumeci. E anche qui c’è designato: Peppe Arancio. Il gruppo dem si riunisce fino a seduta iniziata. E sceglie di lasciar cuocere il centrodestra nel suo brodo: i 7 deputati (così come Claudio Fava) “firmeranno” il voto, aggiungendo il proprio nome  a quello di Di Paola.  

 

 

A questo punto scatta il piano C. Nome in codice: “operazione San Gennaro”. Per lo scopo, ostentato da qualcuno, di «fargli fare il sangue acqua a Musumeci». Un accordo fra alcuni grillini e i ribelli di quasi tutte le forze del centrodestra, Lega e Forza Italia  soprattutto. A Miccichè arrivano gli “aiutini” di almeno  4 pentastellati (Di Paola si ferma a 12 voti secchi su 16 immaginabili, compreso quella della verde  Valentina Palmeri), ma soprattutto da 15 di centrodestra che l’hanno indicato da solo (5) o col capogruppo cinquestelle (8); una scheda, “segnata”, reca i nomi di Miccichè e Lo Curto. Solo in 26, alla fine, voteranno il tandem istituzionale Miccichè-Musumeci, col governatore che però prende una preferenza singola e due con deputati “sentinella”.

 

La frittata è fatta. Ma la reazione di Musumeci va ben oltre le previsioni dei suoi nemici. Chiede la parola subito dopo la votazione, ma Miccichè gliela nega. «Prima dobbiamo votare il verbale». Il governatore resta lì. In attesa. «Mi dimetto, mi dimetto e ve ne andate tutti a casa», urla a fedelissimi e assessori chiusi in una stanza, dopo aver fatto in aula un chiaro gesto di "uscita" con la mano. Anche Ruggero Razza, lasciando l’aula, profetizza l’avverarsi del suo consiglio: «Il presidente ora parla e annuncia le sue dimissioni». E l’assessore Toto Cordaro, come sempre attivo ambasciatore musumeciano nelle stanze di una maggioranza a pezzi, lancia un’occhiata ai potenziali traditori: «L’avete voluto voi, dovevate pensarci prima. Ora sono c... vostri», sbotta alquanto  sbiancato in viso.

 

Parte la caccia ai Giuda, qualcuno ha un alibi: «Ho mostrato la scheda a Cordaro!» Nel centrodestra serpeggia il panico. L’idea di un voto anticipato atterrisce quasi tutti (compresi i deputati al primo mandato che aspettano di maturare il vitalizio dopo aver superato 4 anni e 6 mesi di legislatura), anche se qualcuno continua a considerare lo scenario delle dimissioni di Musumeci «un suo autogol che chiude la partita».

 

 

A questo punto il presunto mandante dei killer si rifiuta di premere il grilletto. Micchichè, chiuso nella sua stanza alla Torre Pisana mentre il governatore lo aspetta in aula per intervenire, decide di chiudere la seduta dopo una lunga sospensione. Musumeci corre a Palazzo d’Orléans. «Farà un video», assicurano prima della nota in cui il governatore annuncia minaccioso: «Adotterò le decisioni che riterrò più giuste e le renderò note entro le prossime 24 ore». Nel frattempo s’intensifica il pressing di chi vuol condurre il presidente a più miti consigli. «Nello, non puoi lasciare nel bel mezzo di una pandemia. E se l’Ars si scioglie la Regione resta senza bilancio, ci saranno le rivolte in piazza». Fra i più insistenti gli assessori Marco Falcone e Antonio Scavone.

 

E così il governatore, sbollita la rabbia, matura la strategia da “MasaNello”.  «Bisogna abbandonarli per strada questi disertori e ricattatori che operano con la complicità del voto segreto», arringa guardando negli occhi i siciliani su Facebook. Qualcuno scrive a Miccichè per segnalargli la diretta social. «Sto guardando Juve-Inter, non me ne fotte un c...», la risposta del forzista, bianconero sfegatato.  

 

 

Giunta azzerata, ora parte la trattativa con i partiti a cui  «chiederò una rosa di nomi», afferma Musumeci precisando  che «qualcuno resterà». Nel governo siciliano, alle dieci della sera, si apre la prima vera crisi in questi ultimi quattro anni. I nemici gongolano: «S’è messo in un angolo, gli è finita come Crocetta». Ma nessuno, in fondo, sa davvero come finirà. Anzi una sì. Daniela Baglieri. «Vabbe’ non mi dovrò più occupare di munnizza», sussurra con smarrita tenerezza l’assessora ai suoi colleghi. Tutti, più o meno, atterriti.

Twitter: @MarioBarresi

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