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La Sicilia nei libri di Cristina Cassar Scalia: «La sua lentezza frena il cambiamento»

Nei gialli della scrittrice netina l’Isola è un vero personaggio  «Ci sono tante Sicilie, ogni territorio ha sue caratteristiche»

Di Ombretta Grasso |

Negli ultimi dieci minuti sotto i suoi occhi erano passati prima le isole Eolie, poi lo Stretto di Sicilia, infine lo scenario più fantastico che le fosse mai capitato davanti. La montagna maestosa, la roccia nera spruzzata di neve e il pennacchio di fumo sulla sommità. Metteva quasi soggezione».  E’ una Sicilia magnifica, seducente e goduriosa, nera e vitale quella che vive nelle pagine di Cristina Cassar Scalia.

L’arrivo in aereo a Fontanarossa, uno spettacolo  che si conficca nel cuore, apre “La salita dei saponari”, giallo di successo della scrittrice netina, trapiantata da anni a Catania, che ha conquistato i lettori con la sua sbirra cinefila, Vanina Guarrasi. Tosta e umanissima, buongustaia dedita al cioccolato con l’anima impigliata nelle ferite del passato, la vicequestore della Mobile di Catania, nata e cresciuta a Palermo, è già arrivata al sesto libro della serie. Accanto a lei,  l’altra protagonista  è la Sicilia, generosa e caotica, splendente e fitta di ombre.  

«La Sicilia conta tantissimo, il mondo di Vanina non esisterebbe senza. E’ un vero personaggio che si muove nei miei libri, diviso tra Catania e Palermo. Ma ci sono in realtà tante “Sicilie” , le due aree  si possono frammentare in mille pezzi perché in ogni territorio c’è qualcosa di diverso, una peculiarità, una enorme varietà che deriva dalle combinazione di quello che ogni dominazione ha lasciato nell’Isola e che cerco di raccontare». 

Dall’Etna a  Taormina, da Catania a Palermo mostra una Sicilia magnifica. Cosa la colpisce di più? 

«Il suo essere luce e ombra. In alcune zone è quasi selvaggia con colori violenti soprattutto d’estate,  c’è una differenza enorme fra le sue coste. E poi il patrimonio culturale immenso che abbiamo, bellezze incredibili. Una stratificazione culturale, dagli arabi al barocco a oggi, che si può ammirare per esempio a Palermo».  

Cosa le piacerebbe cambiare? 

«Nei miei libri non risparmio tutto quello che secondo me non funziona, dalla corruzione alle autostrade dissestate, non c’è un ritratto da cartolina.  Non mi piacciono le lungaggini nel costruire infrastrutture che aiutino a spostarsi da una parte all’altra dell’Isola, la lentezza della Sicilia che fa parte del suo fascino  ma che all’ennesima potenza diventa un freno, un intoppo a tutto quello che si potrebbe fare e non si fa. E poi, mi piacerebbe che la Sicilia facesse tesoro di tutto questo immenso patrimonio culturale, che fosse valorizzato in ogni piccolissimo dettaglio mentre spesso è sprecato. Vorrei che ingranasse la marcia e diventasse un immenso cantiere culturale».

«Montagna e agrumi. Neve e mare. Il tutto a breve distanza. Questa era la Sicilia etnea. Un’isola nell’isola, con una doppia anima», scrive. Com’è la sua Catania?

«La presenza incombente dell’Etna ne fa un mondo a parte, con caratteristiche che la rendono unica, già per la pietra con cui è costruita. Per chi viene da fuori, la montagna sopra la città colpisce subito. Vanina si stupisce anche del rapporto che i catanesi hanno con la Muntagna, non hanno la percezione di un pericolo,  la vedono come una sorte di nume tutelare della città, eppure al centro di Catania  ci sono i resti delle colate laviche arrivate fino a lì. E poi colpisce moltissimo  che in poco tempo sei in cima al vulcano più alto d’Europa e in un’altra mezz’oretta sei a mare. Cerco di raccontare la Catania contemporanea così com’è senza edulcorarla. Una città che va veloce, molto in fermento, anche nella intensa vita notturna». 

Nella vita attorcigliata di Vanina c’è la grande ferita del padre ucciso dalla mafia quando lei era una ragazzina. 

«Aver dato a Vanina questo passato serve a mantenere viva la memoria su una pagina importante della Sicilia. Utilizzare la sua storia per contribuire in piccolo,  in un romanzo di intrattenimento, quale può essere un giallo, a ricordare la stagione delle stragi.  Il fatto che l’ispettore Guarrasi facesse parte idealmente di quella  serie, purtroppo lunga, di poliziotti caduti in quegli anni sotto i colpi della criminalità organizzata è stato fondamentale proprio perché fa sì che la storia stessa di Vanina  sia sempre una finestra aperta sulla memoria di  questa pagina di storia». 

Guerra, Covid, caro-bollette distraggono i siciliani dalla lotta alla mafia? C’è un calo di tensione?

«Inevitabilmente in alcuni periodi l’opinione pubblica si sposta su altri temi. Però nei giorni in cui sono state le commemorazioni per i 30 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, mi sono resa conto invece di quanta gente, di quanti ragazzi ci fossero.  Il lavoro del mantenere il ricordo, del coinvolgimento delle scuole è stato fatto e nel tempo si è creata una coscienza. Conoscere serve  a non tornare indietro».

In ciascun romanzo c’è un tuffo nel passato. 

«Più cose si ricordano, più ci si vaccina contro quello che può tornare. Con Vanina cerco di aprire sempre la mia piccola finestra sulla  storia. Un gioco che mi piace fare per innescare la miccia:  ricordare qualcosa “ravanando” nel passato delle vittime». Vanina  colleziona notti insonni e film girati  in Sicilia.

E ha intorno una bella squadra di comprimari.

«E’ un personaggio umano in cui si si può ritrovare, una donna reale, con le sue fragilità. Il mondo che le ho creato intorno ha le proprie storie personali, con altri intrecci. Ho costruito Vanina come la poliziotta che, da lettrice, mi sarebbe piaciuto trovare in un giallo». 

Il cibo, come in Carvalho e in Montalbano, è un altro protagonista. Vanina ha la sua trattoria del cuore,  la bottega dove rifornirsi di prelibatezze a Viagrande, il bar di Alfio con le raviole e le sue  “seconde” meravigliose  colazioni. Luoghi di Catania e dintorni che tracciano un itinerario  goloso». 

«Faccio mangiare a Vanina quello che vorrei poter mangiare io – ride Cristina – Il cibo mi aiuta anche a raccontare il carattere, le differenze tra i personaggi. Vanina è una buongustaia, la collega Marta è una vegana. Il cibo è specchio del costume. Racconto la Catania  così come l’ho vista, prima della pandemia, la contrapposizione tra la città tradizionale e quella moderna, la trattoria di Nino e l’aperisushi. I caffè e i pub, il movimento continuo di gente perché il catanese esce  tutte le sere, anche di lunedì». 

Il piatto preferito?

«Ce n’è più di uno, ma quello che torna sempre è la caponata».

C’è un posto del cuore?

«Con Santo Stefano, dove vive Vanina, ho un rapporto affettivo. Ma il mio cuore è in qualunque  luogo dove si possa vedere  il mare, un elemento che mi fa stare bene e di cui non riesco a fare a meno». COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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