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Gela, morte di due operai per l’esposizione all’amianto: chiesta condanna per 12 manager

Di Redazione |

Condanne a quattro anni di reclusione ciascuno nei confronti di 12 imputati, tra direttori e manager della Raffineria di Gela, della ex Syndial (oggi Eni Rewind) e di due imprese appaltatrici, succedutisi negli ultimi 50 anni nel petrolchimico dell’Eni, sono state richieste dai pm del tribunale di Gela, Ferdinando Asaro e Mario Calabrese, al processo per la morte di due operai dell’indotto deceduti tra il 2009 e il 2010 per mesotelioma da amianto.

Gli accusati sono Antonio Catanzariti, Gregorio Mirone, Giancarlo Fastame, Giorgio Clarizia, Ferdinando Lo Vullo, Luciano Di Buò, Giovanni La Ferla, Pasqualino Grandizio, Arturo Borntraeger, Giovanni Caltabiano, Giuseppe Farina e Vito Milano.

Per la pubblica accusa non avrebbero adottato le dovute misure di prevenzione, consentendo l’esposizione delle maestranze alla fibre cancerogene dell’asbesto.

Tre anni di reclusione sono stati richiesti, inoltre, per Giuseppe Genitori D’Arrigo e Salvatore Vitale, ritenuti responsabili solo di uno dei due casi di omicidio colposo. Non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione, invece, nei confronti di altri 22 imputati che erano chiamati a rispondere di lesioni di tre operai ammalatisi ma rimasti in vita. Per i pubblici ministeri sarebbero state acquisite prove inconfutabili che le cause del decesso dei due operai sarebbero connesse alla loro esposizione all’amianto durante il lavoro in fabbrica, anche se sono risultati fumatori.

«Il tipo di mesotelioma diagnosticato ai due – hanno documentato i pm – non è collegabile al fumo di sigaretta». Il processo è stato aggiornato a dicembre per consentire l’intervento degli avvocati di parte civile (operai, familiari delle vittime e associazioni ambientaliste) e della difesa. Poi sarà il giudice, Miriam D’Amore, a emettere la sentenza. COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA