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Così Montante si è ripreso una parte dei beni finiti all’asta dopo il fallimento di Msa

Il caso. Una società delle figlie si aggiudica per 750mila euro un capannone, immobili e macchinari a Caltanissetta. Cifre, protagonisti e anomalie di un’operazione “scontata”

Di Mario Barresi |

E così, mentre tutti sono concentrati su Caltanissetta – capitale morale, politica e giudiziaria del sistema Montante – succede che l’ex leader di Confindustria Sicilia riparte da Asti. La città in cui vive, con obbligo di dimora dal febbraio del 2020 dopo la scarcerazione dai domiciliari a Serradifalco. E dove c’era il core business della sua Msa, l’azienda di ammortizzatori fallita tre anni fa assieme alla consorella Htm, con in ballo 60 lavoratori e una montagna di debiti. E con la richiesta di rinvio a giudizio per Antonello Montante per bancarotta fraudolenta.

La società riconducibile a Montante

E così, nonostante anche i magistrati e gli investigatori astigiani conoscano bene l’imprenditore siciliano, succede che una società riconducibile a Montante si riprende una parte dei beni di Msa. Col placet dello Stato. La notizia arriva da Provaci ancora Antonello, e-book di Enzo Basso, già editore e direttore di Centonove (che pubblicò il primo spiffero sull’inchiesta per mafia a carico di Montante, dalla quale è stato archiviato), giornalista fra i più spiati dall’imprenditore condannato in appello a Caltanissetta a 8 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all’accesso abusivo a sistemi informatici.Tutto è avvenuto alla luce del sole, la scorsa primavera.

Il curatore fallimentare

Il provvedimento del curatore fallimentare di Msa, Filippo Ferrari Loranzi, perfezionato davanti al notaio milanese Pietro Boero, riguarda il compendio industriale di Msa ad Asti e a Caltanissetta. Ad acquistare è Agape Srl. La società, attiva dal dicembre 2021 con capitale sociale di 10mila euro (solo un terzo versato) ha come ragione sociale produzione e commercio di ammortizzatori, costruzione e vendita di fabbricati civili e industriali e di articoli di moda. La sede è a Milano, in via Ariberto 21.Un indirizzo che ha un suo perché: nella stessa via del centro, in zona San Vittore, c’è l’abitazione (ma al civico 1, secondo le carte processuali) in cui, alle 3,45 del 14 maggio 2018, gli agenti della squadra mobile di Milano bussarono a Montante per notificargli l’ordinanza di custodia cautelare del gip di Caltanissetta, accorgendosi che «si presentava disabitata in quanto oggetto di lavori di ristrutturazione» per poi trovarlo (e arrestarlo) in via Cesare da Sesto.

Di chi è Agapè

Si arriva al dunque. Di chi è Agape? Secondo i dati camerali, la maggioranza della Srl è delle figlie dell’imprenditore: il 45,89% fa capo a Chiara Montante (residente in via Ariberto) e il 23,97% alla sorella Alessandra, residente a Londra, “compliance officer” di Eni nella City. Poi c’è un 13,7% di Andrea Fiorito (catanese, classe 1985, residente a Milano, definito «fidanzato di Chiara Montante») e un 9,59% di Antonella Nigro, fedelissima montantiana già al vertice di Idem, l’azienda delle biciclette. Il restante 6,85% è di Maurizio Dorigo, che è anche l’amministratore di Agape, anch’egli vicino a Montante, a cui sarebbe stato segnalato (secondo quanto riferito ai pm da Vincenzo Mistretta, ad di Msa dal 2004 al 2019, coimputato per il crac) da Carlo Taormina, ex avvocato difensore. E lo stesso Dorigo, a meno di omonimie, è finito in una segnalazione alla Procura di Asti per la «sospetta richiesta» giunta alla curatela. Il compendio principale dell’impresa di Montante è stato poi aggiudicato al gruppo bresciano Msa Damping, che ha riassorbito parte degli operai e rilanciato la produzione.

I beni all’asta

Il 16 febbraio 2023 vanno all’asta altri beni: l’immobile di Castell’Affero (2.500 metri quadri) e il ramo automotive (nove immobili, tre terreni e il capannone di contrada Cusatino a Serradifalco, compreso di macchinari in buono stato). C’è una prima anomalia: le perizie del Tribunale di Asti danno un valore molto più basso rispetto alle rivalutazioni operate nel bilancio Msa dall’architetto nisseno Giuseppe Amarù, peraltro contestate dal consulente della Procura di Asti, Alberto Milia. Prezzo di vendita: 750mila euro per l’intero lotto, di cui appena 100mila per lo stabilimento nell’Astigiano e il resto per il pacchetto nisseno all’epoca indicato in bilancio con un valore di 4 milioni. Il pagamento avviene con assegni circolari messi sul tavolo da un’impresa con 10mila euro di capitale: in tutto 600mila euro. Perché c’è lo “sconto” gentilmente concesso – e autorizzato, a sorpresa, dai giudici – da Alechia, altra società immobiliare riconducibile a Montante (non solo perché unisce le iniziali dei nomi delle figlie), a sua volta creditrice di Msa per 150mila euro dopo la transazione chiusa dal curatore fallimentare Ferrari Loranzi. Il quale, annota Basso, nella gestione commissariale del porto di Imperia fu «in compagnia» di Stefano Ambrosini, rinomatissimo consulente di Montante proprio nel concordato Msa. Coincidenze? Sta di fatto che Alechia, al buio, mette a garanzia la somma «in anticipo sul prezzo del lotto che sarà aggiudicato». Poi vinto proprio da Agape, che, appena riconquistate le proprietà di Montante, il 16 giugno, nella stessa seduta dal notaio Boero, rivende il sito di Castell’Alfero (pagato 100mila euro) a 250mila. Prd Agape. Che resta, per ora, proprietaria dei beni a Caltanissetta.

Il corto circuito giudiziario

C’è un evidente corto circuito giudiziario. Da una parte il consulente tecnico del Tribunale di Asti considera la cessione del contratto di leasing da Msa ad Alechia un’operazione dolosa di distrazione e quantifica 4 milioni di danni; dall’altro lo stesso Tribunale, attraverso la curatela, autorizza la Alechia di Montante a insinuarsi nel passivo e a detrarre la somma a cui dichiara di rinunciare, 150mila euro, come anticipo sulla vendita di lotti aziendali che poi rientrano a pieno titolo nelle mani dell’imprenditore. Che, dettaglio non indifferente, proprio ad Asti deve difendersi dall’accusa di un crac da 13 milioni. La pm Laura Deodato e la guardia di finanza hanno ricostruito «operazioni dolose» finalizzate a una bancarotta per «distrazione e dissipazione» del patrimonio aziendale. Una giungla di artifici finanziari in cui più volte spunta proprio Alechia. Con gli stessi nomi. Ciò s’incrocia con la caccia dei magistrati di Caltanissetta e Asti al tesoro nascosto di Montante. A partire da 1,3 milioni “scudati” attraverso lo studio Triberti-Colombo di Milano e rimasti in conti esteri. Uno dei quali aveva il codice “Apaol” che per gli inquirenti nisseni sarebbe l’anagramma di Paola. Cognome: Patti. L’ex socia di Montante, figlia di Carmelo Patti, patron di Valtur ritenuto prestanome di Matteo Messina Denaro. Le altre piste portano a Londra e in Macedonia. Ma ora si torna indietro, all’asse Sicilia-Piemonte, con il condannato Montante che si riprende parte dei suoi beni. Per farne che cosa?m.barresi@lasicilia.it

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