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Lo studio

Incubo “Big One” sempre temuto ma in Sicilia il 70% delle case è fuori legge: il confronto shock con la Turchia

In uno studio il professore Ivo Caliò, docente di Scienza delle costruzioni del Dipartimento di Ingegneria civile e architettura a Catania, studia la vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio catanese accostandolo agli edifici distrutti dal terremoto in Turchia

Di Mario Barresi |

«La verrò a trovare presto nel suo studio», gli ha detto il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, dopo averlo sentito parlare a un recente convegno di Ance e ordini professionali. Ancora l’incontro non è avvenuto, ma lui – il professor Ivo Caliò – continua in silenzio a fare il suo lavoro. Studiando, con meticolosa precisione, fra le altre cose, la vulnerabilità sismica del patrimonio esistente sotto il Vulcano. Più di mille parole pesano le foto inserite nelle slide proiettate dal docente universitario di Scienza delle costruzioni.

Due sequenze, soprattutto, sono un pugno allo stomaco. Nella prima si vedono alcuni palazzi della zona residenziale di una cittadina turca, prima e dopo il recente terremoto; basta accostarlo a una qualsiasi immagine di corso Italia, salotto di Catania, per avere un effetto-shock. Persino minore di quello che si ricava dopo la seconda sequenza, sempre sull’asse Turchia-Catania: un quartiere-satellite della periferia, che sembra identico a Librino, raso al suolo dopo il sisma.

Non è terrorismo. Ma una sana crociata scientifica allo scopo di far acquisire una consapevolezza che non c’è. Con un “Big One”, un terremoto d’intensità assimilabile a quello del 1693 (7.3 la magnitudo stimata, è ritenuto l’evento sismico più forte registrato in Italia) o magari a quelli dello scorso febbraio in Turchia (7.8) e Siria (7.5), «gran parte degli edifici delle nostre città, che non rispettano le norme antisismiche, sarebbero rasi al suolo». E ciò varrebbe anche per quelli di pregio, sui quali il mercato immobiliare tende a celare determinate “falle” per mantenere i prezzi alle stelle.

Zona sismica

«Gran parte della Sicilia è classificata come zona sismica dal 1981. Le costruzioni progettate prima considerano soltanto i carichi gravitazionali, escludendo le sollecitazioni sismiche, che vanno in tutte le direzioni», è l’alert di Caliò. Che dettaglia in modo netto le «debolezze degli edifici progettati per soli carichi verticali»: dalla «bassa resistenza sia per carichi orizzontali che per carichi verticali» alla «bassissima capacità di subire deformazioni senza raggiungere la rottura degli elementi strutturali», dai «collassi fragili locali dovuti a insufficienti armature a taglio» alla «ricorrente la presenza di degrado da corrosione», fino all’«incapacità dell’edificio di ridistribuire i carichi in occasione di crisi locali degli elementi strutturali» con una «propensione al collasso progressivo».

Caliò non nasconde «la corsa, prima di quella data, a depositare i progetti con le vecchie normative, in modo da non tenere conto delle nuove leggi». E così «il 70 per cento del patrimonio residenziale è stato costruito in assenza di norme sismiche», e paradossalmente «i vecchi edifici in muratura sono meno deboli di quelli in cemento armato costruiti negli anni 70». E adesso, nonostante «esistano anche tecniche non invasive, per non costringere i residenti a lasciare la casa durante i lavori», spesso «si preferiscono interventi palliativi che servono solo ad accedere ai bonus, ma non risolvono i problemi strutturali». La responsabilità, oltre che dei politici, è anche dei tecnici, che «non avendo una piena conoscenza non promuovono più di tanto alcuni interventi». Gli stessi che sarebbero inutili in altri contesti. Come quello degli «edifici a torri isolate», con ben poche possibili soluzioni di miglioramento antisismico. Il caso accomuna Librino al “gemello” turco raso al suolo. E dunque bisognerebbe avere «il coraggio di dire le cose come stanno». Ovvero: che bisognerebbe abbattere e ricostruire.

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