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l'intervista

Galvagno “bacchetta” Schifani: «Basta invasioni di campo, da Governo manca spinta propulsiva»

Il presidente dell'Ars parla dopo le polemiche sull'emendamento De Luca. «Il rimpasto? Va concordato coi partiti»

Di Mario Barresi |

Presidente Galvagno, cos’è successo all’Ars? È bastato un emendamento di quel genio del male di “Scateno” per mettere in crisi la maggioranza. Si parla di trame e tradimenti, scontri fra vertici istituzionali, centrodestra dilaniato…

«È tutto molto più semplice e chiaro. È stato chiesto alla presidenza uno sforzo, rispetto a quello che è il regolamento, per incardinare il ddl del cosiddetto collegato perché c’erano alcune emergenze, tra le quali consorzi di bonifica, enti locali, precari. Non avendo la certezza di poter dirimere le questioni subito, capita sovente di dialogare con le altre forze politiche e si sono trovate delle sinergie».

E a questo punto c’è stato l’inciucio di lei e Falcone con le opposizioni e in particolare con De Luca. Senza che Schifani ne sapesse nulla…

«Per essere chiari: noi abbiamo fatto un incontro con un rappresentante del governo. Gli accordi li abbiamo presi in finanziaria, così come s’è fatto nella storia dell’Assemblea e com’è giusto che sia. Per quanto io non sia tenuto a fare questi incontri “trilaterali” con governo e opposizioni, in quanto il parlamento è sovrano: l’Aula può legiferare al di sopra di qualsiasi accordo o parere contrario».

E l’aula, seppur dopo l’inciampo sulle Province, ha rispettato quell’accordo.

«Sulla proroga del commissariamento delle ex Province è finita 30-25 per le opposizioni. E, senza che io ripresiedessi la seduta, possibilmente finiva 30-25 su tutti gli altri 21 articoli che abbiamo votato».

Un testo su cui lei aveva messo le mani avanti: «Niente assalti alla diligenza».

«Il testo è arrivato con una cinquantina di norme, ne abbiamo riscritte due e stralciate dieci, alcune di carattere ordinamentale, in quanto non passate dalle commissioni di merito. Ma su altre più urgenti, che ad esempio prevedevano delle proroghe al 30 giugno, s’è ritenuto di fare delle eccezioni. Per il carattere d’urgenza, che magari in parte dipende dal governo che non è riuscito a programmarle. Ma non vuole essere uno scaricabarile: io il governo Schifani l’ho sempre difeso e continuerò a farlo».

La frattura nel centrodestra arriva con l’emendamento di De Luca…

«La frattura ci potrebbe essere nel momento in cui non si dovessero rispettare gli impegni presi da interlocutori come l’assessore Falcone che non ha più la delega dei rapporti con il parlamento. E questo è un fatto nuovo. Successivo a un accordo che non è stato inventato svegliandosi una mattina. Perché allora che facciamo? Si rinnegano gli impegni e si rivotano tutti i 21 articoli con l’opposizione che fa l’opposizione e non ne passano più d’un paio con i numeri che c’erano e con il clima che s’era creato…?».

Ma c’è anche un valore politico: De Luca è già in campagna elettorale contro il centrodestra. Voi gli date una sponda…

«Quella dell’emendamento è una questione che non ha un carattere speciale: i benefici, legittimi, sono previsti per tutti i comuni e per tutti i parchi archeologici e non solo per Taormina. Se tu, per affossare un singolo perché hai questa forma di odio, non può essere una ragione accettabile».

Quando metterà al voto l’emendamento De Luca?

«Per ora non è calendarizzato, vedremo…»

C’è un’ipotesi di riscrittura con un testo del governo. Si arriverebbe a un compromesso…

«Non è scontato che io non rimetta l’esatto testo presentato da De Luca. Ripeto: noi abbiamo preso un impegno e io gli impegni sono abituato a rispettarli. Il ruolo che ho avuto sul collegato è stato importante, risolutivo direi. Se chi ha sottoscritto quell’impegno non è più titolato a farlo, questo è a valere sul futuro e non con effetto retroattivo. Non ci sono altre discussioni, non si può pensare di invadere il campo altrui».

Sembra quasi di ascoltare Miccichè che parla di Musumeci… La storia si ripete, fra le più alte cariche della Regione…

«Ma che dice? Finora c’è stato grande rispetto, c’è stata grande collaborazione. Non so se lo stesso stile, senza una dichiarazione sopra le righe, ci sarebbe stato da un altro presidente dell’Ars con un altro presidente della Regione. Forse mi sono visto molti più capelli bianchi io in questi due giorni che tanti altri che si sono lasciati andare a dichiarazioni scomposte e forse anche fuori luogo. Vorrei ricordare il potere dell’Assemblea è sovrano: se domani mattina si mette al votazione l’emendamento decidono i deputati regionali».

Accennava al fatto che Falcone non è più delegato ai rapporti con l’Ars. Formalmente il ruolo era di Di Mauro, ma ora il governatore ha nominato Sammartino. È il sintomo di un cambio di passo?

«Marco, da assessore all’Economia, soprattutto per i temi finanziari è stato il nostro principale interlocutore. Probabilmente ha sconfinato rispetto al ruolo formale, ma non penso l’abbia fatto in malafede. Lo reputo un assessore serio e perbene, fra i pochi che s’è adoperato affinché ci fosse il collegamento fra governo e Ars. La richiesta di un assessore che avesse la delega dei rapporti con il parlamento io al presidente Schifani la prima volta l’ho fatta il 10 novembre, il giorno dell’insediamento, l’ho rifatta prima della finanziaria e riproposta quando ci fu il problema delle assenze nei banchi della maggioranza. Diciamo che è una richiesta reiterata più volte al presidente della Regione, che ora ha scelto Sammartino. Una scelta che, al netto del fatto che Luca gode della mia simpatia e del mio rispetto, non si fa da soli. Anche questa dev’essere condivisa. Tu sei il presidente della Regione, ma io sono tuo socio – e qui intendo il mio partito, non Galvagno – quasi al 50 per cento e ne dobbiamo parlare prima».

A proposito: il presidente della Regione ha annunciato un «check sul governo». È già tempo di rimpasto in giunta?

«Io non credo che si possa cambiare un assessore a sette mesi dall’insediamento a meno che non ci siano dei motivi gravi a giustificarlo. Solitamente questa è un’operazione politica che si fa per perfezionare la squadra per affrontare i problemi, in prospettiva di lungo periodo».

Sta dicendo che Schifani non deve cambiare gli assessori?

«Così come io non voglio che si invada il mio campo d’azione, lo stesso vale per il presidente della Regione. Domani mattina, se vuole, può azzerare anche l’intera giunta. Ma ricordandosi che guida un governo sostenuto da diverse aree politiche e ritengo che l’equilibrio delle cose sta nel fatto che tu concordi con i segretari dei partiti della coalizione che ti ha eletto un passaggio così importante. Che non può non essere frutto di una condivisione con tutte le forze del centrodestra».

Il governatore continua a volerci vedere chiaro sulle spese del Turismo. Come vive questo controllo il suo partito?

«Il presidente della Regione è il capo del governo ed è libero di fare tutto ciò che vuole, ma sembra un accanimento nei confronti di qualcuno. Non so quali saranno le determinazioni, di certo fra un po’ ci sarà un confronto con Schifani anche rispetto a come si deve proseguire su tutti i versanti, Turismo compreso. Un incontro che va fatto anche rispetto alle priorità da affrontare».

E qui anche lei, da presidente dell’Ars, dovrà ammettere che Sala d’Ercole non sta brillando per la quantità, ma soprattutto per la qualità, delle leggi…

«Le rispondo con un esempio virtuoso. La Meloni è capo del governo e il parlamento mi pare che lavori, anche perché lei va dalla sua maggioranza e consegna la lista della spesa: questo è quello che dobbiamo fare, mettetevi al lavoro nelle commissioni e in aula. Il premier ha delle idee, una visione che può piacere o meno ma che porta avanti legittimata dal voto. Poi anche a Roma l’Aula è sovrana».

E secondo lei Schifani non fa così?

«Schifani ha quarant’anni di esperienza politica alle spalle ed è un presidente di alto profilo, circondato da assessori all’altezza. Sammartino è bravo, Falcone è bravo, così come tanti altri. Ma non si può più parlare del ddl delle Province come grande tema del governo, perché testimonia che non c’è un’azione propulsiva. Noi siamo all’ahimè. Qual è il problema di oggi? Asu, categorie A e B, consorzi di bonifica, Pip. Non è così che funziona: non siamo un front office dei problemi».

Si dovrebbe volare alto, dice lei…

«Basterebbe semplicemente camminare, portare in porto due-tre riforme, fare leggi di buon senso e di visione».

Quali ad esempio?

«La sburocratizzazione, di cui tutti si riempiono la bocca. Facciamo una norma per tagliare tutte le norme inutili. E poi si rende conto che una regione che vuole vivere di turismo e agricoltura non ha un Piano acque? Rino Nicolosi, che ne parlava quarant’anni fa, si sta rivoltando nella tomba. E ancora i rifiuti: cosa si aspetta per gli inceneritori? Io faccio il presidente dell’Ars, sono un arbitro. Ma posso dare dei suggerimenti e lo faccio con grande rispetto. Ma con altrettanta preoccupazione: bisogna darsi una mossa».Twitter: @MarioBarresiCOPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA