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Giovani e cervelli in fuga: 4,5 miliardi all’anno per istruirli. E poi regaliamo i benefici all’estero

Di Redazione |

Penalizzati in partenza, dal nido alla pensione per i giovani italiani la strada è tutta in salita rispetto ai coetanei europei. Il centro di ricerca ARC dell’Università Cattolica di Milano, diretto dal prof. Mauro Magatti, ha analizzato le tappe cruciali del percorso formativo e professionale dei nostri ragazzi confrontandole con quelle di Paesi comparabili: Francia, Germania e Spagna. Quello che segue sono gli indicatori, raccolti nel Rapporto Italia Generativa.

Il ritardo parte dagli asili nido

In Italia nel 2022 meno di 419 mila bambini da 0 a 3 anni sono iscritti agli asili nido pubblici o privati. Dunque, solo uno su tre (il 33,4%su circa 1,2 milioni). Il progetto iniziale del Pnrr prevedeva di colmare il divario con la creazione di 264.480 nuovi posti, poi il governo Meloni li ha ridimensionati a 150.480. Resta ampia la distanza con Francia, dove il 57% dei neonati sono iscritti ai «servizi per l’infanzia», mentre in Spagna sono il 55%. In Germania, invece, la percentuale è leggermente più bassa di quella italiana (31%), ma i neogenitori possono godere degli assegni familiari più corposi d’Europa: 250 euro al mese per ogni figlio, e fino al 67% dello stipendio a chi decide di dedicarsi esclusivamente al bambino per 14 mensilità. Nel nostro Paese le quote di asili nido sono maggiori nella provincia autonoma di Trento (44,9%), in Piemonte (39,5%) ed Emilia-Romagna (37,6%), mentre crollano in Calabria (13,3%), Basilicata (16,7%) e Campania (18,8%).

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L’istruzione obbligatoria e la scarsa formazione

La legge sull’istruzione obbligatoria prevede che si possa abbandonare la scuola a 16 anni, dopo aver frequentato gli otto anni del primo ciclo di istruzione e i primi due delle superiori. In realtà circa 1,3 milioni di giovani italiani (il 22%), di età compresa tra i 25 e i 34 anni, hanno conseguito solo la licenza media, contro il 16,6% dei coetanei tedeschi e il 10,9% dei francesi. Peggio fanno solo gli spagnoli (26,5%), mentre è decisamente più bassa la media europea (14,7%). Secondo una ricerca di Tuttoscuola sono 3,5 milioni su 11,4, gli studenti italiani che dal 1995 al 2018 non sono mai arrivati al diploma.

La situazione non migliora con i laureati. Il nostro Paese è penultimo in Europa per numero di 25-34enni in possesso di una laurea: sono circa 1,8 milioni, il 29,2% del totale. Sono molto lontane la Germania (37,1%), la Francia (50,4%) e la Spagna (50,5%). Sul conseguimento del titolo pesa il retroterra culturale. Nelle famiglie con un genitore laureato, la quota di giovani che conseguono il titolo è del 67,6% che scende al 39,1% se uno dei genitori è diplomato e si riduce al 12,3% quando i genitori possiedono al massimo la licenza media.

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Dalla scuola al lavoro

Il passaggio dall’istruzione al lavoro è altrettanto problematico. I ragazzi nel corso degli anni della formazione hanno poche occasioni di incontro con le imprese per orientarsi verso le future occupazioni. Risultato: i diplomati italiani che hanno trovato lavoro a tre anni dal conseguimento del titolo di studio sono solo il 63,5% contro il 76,3% dei francesi, il 77,8% degli spagnoli e il 91,4% dei tedeschi. Per i laureati la situazione migliora, ma di poco: hanno un lavoro, a tre anni dal titolo, quasi tre su quattro (74,6%) contro l’83,1% degli spagnoli, l’83,4% dei francesi e il 94,4% dei tedeschi.

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Il paradosso, tutto italiano, è che, nonostante la quota di laureati sia la più bassa tra i 4 maggiori Paesi europei, fanno pure fatica a trovare un impiego stabile. Solo il 20,6% dei diplomati ha un contratto a tempo indeterminato a tre anni dal diploma, mentre per chi ha una laurea triennale, a un anno dal titolo, il contratto a tempo indeterminato riguarda solo il 31,9%, che sale al 68,2% dopo 5 anni dal conseguimento del titolo. Più in generale quasi il 40% dei giovani italiani sotto i 29 anni ha un contratto precario, contro il 36% di francesi e tedeschi. Ci consoliamo con gli spagnoli, che fanno un pelino peggio con il 42,8%.

Il primo stipendio

Quanto guadagnano neodiplomati e neolaureati? I primi, a un anno dal titolo, secondo il più recente dossier di AlmaDiploma (qui pag.77), ricevono in media uno stipendio netto di 829 euro (con un massimo di 991 euro per chi ha frequentato istituti tecnici o professionali). I secondi invece – ricostruisce AlmaLaurea – incassano 1.366 euro se hanno una laurea magistrale, 1.332 euro con laurea triennale. La differenza tra gli stipendi di diplomati e laureati non è particolarmente alta. Lo confermano anche le statistiche dell’Ocse: un laureato di 25-34 anni guadagna il 25% in più di un diplomato, contro il 27% di un francese, il 35% di un tedesco e il 48% di uno spagnolo.

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In Italia i laureati entrano nel mercato del lavoro tendenzialmente più tardi rispetto ai coetanei europei, ma spesso anche a causa della scelta di un percorso di studi che offre sbocchi lavorativi limitati. La maggioranza relativa dei nostri laureati (42%) ha conseguito un titolo in discipline umanistiche e scienze dell’educazione e sociali, contro una media Ue del 29%. Resta troppo bassa la quota di laureati nelle discipline STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica): il 25% contro il 28% della Francia, il 38% della Germania e il misero 21% della Spagna, che però compensa intercettando immigrazione qualificata, e a formare quella che ha. Noi non facciamo né l’una né l’altra. Ci collochiamo al penultimo posto in Europa per quota di cittadini non comunitari in possesso di un titolo di studio terziario (11%), un dato molto distante rispetto a Spagna (28,1%), Germania (33,4%) e Francia (47,2%).

I Neet, chi resta a vivere con i genitori e quelli che espatriano

Un dramma che affligge un po’ tutti i Paesi europei è quello dei giovani fra i 15 e 29 anni che non studiano, non cercano lavoro e non frequentano corsi di formazione. Anche qui però i numeri ci collocano al primo posto con un 1,6 milioni di italiani inattivi, circa un quinto del totale (19%); decisamente più basse le quote di Spagna (12,7%), Francia (12%) e Germania (8,6%). Qual è l’identikit del tipico Neet che vive nel nostro Paese? Secondo l’Istatè donna, di origine straniera, risiede al Sud, ha un’istruzione medio-bassa (qui pag.9) . Tuttavia, più di un Neet su dieci (14% oltre 200 mila ragazzi) ha una laurea. La considerazione è che non è in grado di trovare il mestiere per cui ha studiato, oppure svolge attività marginali che sfuggono ai rilevamenti statistici. Siamo anche il Paese dove si abita più a lungo con i genitori: 7,1 milioni di ragazzi italiani tra i 18-34 anni (69,4% del totale) non sono andati ancora a vivere da soli. In Spagna sono il 65,9%, in Francia il 43,4%, in Germania il 31,3%.

Poi c’è chi se ne va. Secondo un recente studio pubblicato dalla Fondazione Nord Est e dall’associazione TIUK, tra il 2011 e il 2021 sono almeno 1,3 milioni i 18-34enni emigrati in Paesi della Ue e in Gran Bretagna. Per ogni giovane straniero che sceglie di vivere da noi, ci sono 17 italiani che abbandonano il Paese. Un esodo che ricorda molto gli anni ’50 e ’60, ma se al tempo a emigrare erano esclusivamente italiani con una istruzione medio-bassa, nei dieci anni presi in considerazione sono circa 390 mila i laureati che hanno lasciato l’Italia.

Sosteniamo i costi e regaliamo i benefici

Secondo le stime dell’Ocse la formazione di un diplomato costa allo Stato 77 mila euro, quella di un laureato 164 mila euro, quella di un dottore di ricerca228 mila euro. I cervelli in fuga – stimano Valentina Magri e Francesco Pastore nel saggio «Gioventù bloccata» – ci costano 4,5 miliardi di euro all’anno: «Uno spreco di risorse per il sistema di istruzione italiano, che si accolla i costi e cede i benefici all’estero». Negli ultimi anni ci sono stati provvedimenti per invertire la rotta e incentivare le assunzioni dei giovani. Il più noto si chiamava «Quota 100» , ma è stato un fallimento. La misura, fortemente voluta dalla Lega, a detta dell’allora ministro dell’Interno Salvini, per ogni lavoratore che avesse scelto la pensione anticipata (a 62 anni e con 38 di contributi), sarebbero stati assunti tre giovani. La storia è andata diversamente: il provvedimento è risultato molto oneroso e per ogni due pensionati anticipati nel settore privato c’è stata una singola assunzione.

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Per chi oggi entra nel mondo del lavoro le prospettive restano cupe. Secondo le stime più recenti, diffuse dall’ultimo rapporto «Pensions at a glance», c’è un’unica certezza: i ragazzi che adesso iniziano una professione andranno in pensione non prima dei 71 anni, l’età più alta tra i quattro principali Paesi della Ue.

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