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Confindustria, Catanzaro: «Ecco la mia Sicindustria della normalità»

Il presidente regionale parla di sviluppo e lotta alla burocrazia e declina la strategia dei prossimi anni: neutralità rispetto alla politica e realismo sulla legalità

Confindustria, Catanzaro: «Ecco la mia Sicindustria della normalità»

Giuseppe Catanzaro, presidente regionale Confindustria

Eppure Giuseppe Catanzaro, ex vicepresidente vicario di Antonello Montante indagato per mafia, difende a spada tratta il predecessore-pigmalione: «Da dieci anni posso testimoniare il suo impegno civico contro il condizionamento del mercato da parte della mafia». E poi - fra un invito «a dedicarsi al merito e non alle polemiche» e la richiesta alla politica siciliana di «ascoltare le nostre proposte» - torna spesso il refrain della normalizzazione. Mai più Confindustria fornitrice di assessori regionali, anche se «la nostra classe dirigente nel Paese viene chiamata ovunque per le sue competenze». Con una frenata sulla retorica dell’antimafia: «Mi interessa tutelare le vittime, l’obiettivo è la normalità». Rieccola, la normalità. Non un modo esplicito di rinnegare l’apparenza. Ma comunque una nuova linea. Di essenza. «Non devo apparire. Non mi serve», è il mantra.

Presidente Catanzaro, gli indicatori sono contraddittori. Qual è lo stato di salute dell’economia e delle imprese siciliane?

«Io non ho grande propensione ad accettare supinamente i dati secchi degli indicatori. Li osservo con rispetto ma mi piace approfondirli sul campo. Gli ultimi disponibil - i dati Sace, di chi immette le garanzie sull’export - ci danno il senso sull’indotto delle piccole imprese, soprattutto in agricoltura e manifatturiero, con qualche segno di benessere e innovazione. Ma il quadro è complesso. E le statistiche non sempre lo leggono».

Cosa vuole dire?

«Io giro molto, parlo con tutti. E so, non per sentito dire, che in Sicilia c’è chi non vuole mollare l’ormeggio. Mi riferisco a una vecchia generazione di imprenditori battaglieri, che hanno convissuto con la fame. Ma anche di quella più giovane, successiva alla mia, che non ha potuto godere dei benefici ereditati dalla mia generazione, senza sudore. I giovani hanno consapevolezza, rabbia e competenza».

I giovani sono le vittime della crisi.

«La crisi ci ha consegnato tre figure: chi ce l’ha fatta approfittando anche della fine degli altri, chi è fallito e chi è nel limbo. Ecco, il sostegno a quest’ultima fascia di imprenditori è la vera sfida del futuro. Ma la più urgente è un’altra. Per la quale vorrei lanciare un appello».

Quale appello?

«In Sicilia si preferisce la polemica rispetto al merito delle questioni. Non entrando nel merito, si consegna il destino alle chiacchiere. Ognuno preferisce sottrarsi all’analisi. Ed è un disastro: il merito tutela i meno forti, mentre alimentando la polemica si indebolisce chi già è più debole. Ecco, il punto è: basta polemiche, entriamo nel merito delle cose».

Quali cose? Ci dica tre priorità.

«Semplificazione, semplificazione, semplificazione. È il tema dei temi. Anche il ministro Padoan, un economista-gentiluomo, si dice impressionato dell’impatto della burocrazia sull’economia del Sud, allora è chiaro che la priorità è più che urgente».

Lei si pone in continuità con il suo predecessore Montante. Era impossibile un new deal autentico in Sicindustria?

«Dissento dalla definizione di new deal. Confindustria per tradizione ha avuto un percorso concertato e senza scossoni. Io sono stato il vicario di Montante e in ogni caso la gestione di un presidente è collegiale ed è formativa rispetto a chi è coinvolto».

Quanto pesa l’indagine per mafia su Montante? Lei è sempre rimasto al suo fianco. Non ha mai avuto dubbi?

«Da oltre dieci anni ho nel tempo visto l'impegno di Antonello Montante, sempre al fianco delle istituzioni, per cercare di rendere questa terra normale rispetto al condizionamento nel mercato del fenomeno mafioso. Il suo impegno civico, insieme a quello di tanti altri colleghi imprenditori, ha sempre avuto un unico obiettivo: consentire alle imprese di competere senza il condizionamento mafioso. Un valore per tutti che non abbiamo alcuna intenzione di disperdere, anzi che intendiamo continuare a valorizzare per sostenere tutti gli operatori economici».

Qual è oggi il peso della mafia sull’imprenditoria in Sicilia?

«Ogni territorio ha una sua peculiarità e un tasso di infiltrazione. Ma io non mi sento di dire che la criminalità sia presente solo in alcune aree del Paese. In alcune zone le ferite sono tali che gli anticorpi sono migliorati. Poi c’è chi ha più attenzione ad alimentare il dibattito, c’è chi non lo percepisce. E c’è chi è nauseato perché attorno al fenomeno c’è anche un disagio».

Confindustria è stata in prima linea nel fronte antimafia. Ma oggi questo ruolo è appannato da più elementi che mettono in dubbio l’autenticità di quell’impegno. Si parla di professionismo dell’antimafia.

«Noi come collettività dobbiamo preoccuparci solo di una cosa: come tutelare e sostenere le vittime. E io non concorro, da sempre, ad alimentare dibattiti in cui non si parli delle vittime: operatori economici costretti a subire estorsioni e condizioni di mercato improprie. Io parlo solo di questo. Il resto non mi interessa. Chi non fa questo agevola la controparte: la mafia. Che non è più quella di 30 anni fa, grazie agli organi degli apparati statali preposti al controllo e alla repressione e grazie alla migliorata levatura degli imprenditori. L’obiettivo è la normalità. Nor-ma-li-tà. Punto».

Più sostanza e meno forma. Cos’è, un’autocritica rispetto al passato?

«Tutt’altro. Non arretreremo di un solo passo rispetto al fronte dell’impegno per perseguire la normalità. Fondata su due punti: tutela della vittima e quadro normo-regolamentare per fornire prevenzione. Chi denuncia dev’essere uno dei tanti, non un emblema che rischia sovraesposizioni inutili e dannose. Il resto è un dibattito che non mi interessa».

Che è un modo elegante per eludere la domanda... Ci riproviamo: non percepisce l’appannamento di una generazione di confindustriali antimafiosi?

«Non è così. Io spero di parlare poco e di fare fatti. Il tema non è l’astratto dibattito pubblico, ma la vittima e il raggiungimento della normalità».

Qualche giorno fa ha detto che per la politica siciliana «è giunto il momento di cambiare». Era una bocciatura del governo Crocetta?

«Il giudizio sul governo regionale lo daremo alla fine. Il “cambiare” era riferito a un dibattito votato al merito. Sollecitiamo governo, maggioranza e opposizione, trasversalmente, a sottrarre le politiche economiche dalle polemiche sterili».

Gli industriali siciliani temono una vittoria dei grillini alle Regionali?

«Per noi l’ideale che movimenti e partiti si preoccupassero che una squadra che si occupi, oltre che di governare, anche di disciplinare la maggioranza all’Ars. Nelle democrazie avanzate chi vince le elezioni si assume la responsabilità di governo e chi perde controlla come opposizione. Noi, a chiunque governerà, offriremo le nostre valutazioni e proposte».

Confindustria sarà “neutra” dopo aver dato sostegno e assessori a Lombardo, con Venturi, e a Crocetta, con Vancheri?

«Confindustria nel Paese ha il merito di aver concorso a formare classe dirigente, che dappertutto viene sollecitata quando c’è bisogno di competenze che la politica al suo interno talvolta non ha. Noi faremo, come al solito, un’analisi, una valutazione e una proposta, affidata al primato della politica per le opportune scelte».

Confindustria Sicilia ha inciso però, eccome. Nel sostegno al governo Lombardo, il cui inizio della fine fu decretato da un’intervista di Lo Bello. E poi nella nascita del governo Crocetta, sull’asse Lumia-Montante. E ora lei dice: ne stiamo fuori. Cos’è cambiato?

«Credo che non sia cambiato nulla, da ieri a oggi. È cambiata solo la consapevolezza, di un sistema organizzato qual è Confindustria, di poter affrontare i temi in una partita complicata. Il modello in parte errato che ci appartiene, collettivamente, rischia di vederlo mutuare. Bisogna offrire al dibattito la soluzione dei problemi. Mi sono imposto di parlare poco. A me non serve».

Ma avete cambiato tattica, allora?

«Io gioco sempre con la stessa tattica, quella di chi deve sostenere gli imprenditori e le imprese. Che non vivono di parole, ma di prodotti, vendite, ricavi. E generano benessere sociale. Per ogni occupato in più, un nuovo pezzo di libertà. Per ogni stipendio in più, un cittadino libero e consapevole. Questo è il pezzo di democrazia che rappresentiamo. Ed è per questo che io non devo apparire. Non mi serve».

Twitter: @MarioBarresi

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