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Dalla sfiducia al modello-Cambiano: tutti "pazzi" per l'ex sindaco di Licata

«Continuerò a fare politica, è la mia passione, anche se la delusione è tanta»

Dalla sfiducia al modello-Cambiano: tutti "pazzi" per l'ex sindaco di Licata

Oggi è lui lo straordinario, l’eccezionale, lo speciale. Un ragazzo di 36 anni che è diventato il 31 maggio del 2015 sindaco di una città per niente facile, come tante in Sicilia, Licata. Lui, insegnante di matematica con la passione per la politica, incassò al ballottaggio 8.438 preferenze, il 54,96 dei voti dei licatesi che andarono a votare. E scelsero lui. Due anni fa, più o meno. Pare un secolo.

 

Perché quello che ha fatto in 24 mesi Angelo Cambiano è stata una rivoluzione. Politica, amministrativa, ma, prima ancora, culturale. E che avrà fatto mai, allora, al punto da essersi attirato le ire funeste della maggioranza del Consiglio comunale di Licata, tanto da far mettere insieme 21 consiglieri che, impietosamente e ferocemente, tre giorni fa lo hanno impallinato, sfiduciato e mandato a casa? Che avrà combinato questo giovane sindaco?

 

Ce lo racconta alla vigilia di Ferragosto, chiuso nella sua casa licatese, con poca voglia di pensare al mare, al sole, alle vacanze, e tanta rabbia, tanta.

 

«Che cosa ho fatto per essere sfiduciato? Niente, niente di straordinario. Sono state scritte molte cose e tante cose sono state dette sull’attività di demolizione delle case abusive qui a Licata. Ma io, da sindaco, mi sono limitato a rendere esecutive sentenze che erano state emesse dai giudici. E’ eccezionale questo, al punto da trasformare un sindaco in un eroe, da rendere necessario che sia posto sotto scorta e che, progressivamente, venga anche mollato dalle stesse istituzioni e dalle stesse forze politiche che all’inizio lo sostenevano? Mah, qui è andata esattamente così».

 

Già, niente di speciale. Si fa per dire. Perché Angelo Cambiano ha toccato un tasto che la politica tendenzialmente cerca sempre di evitare, in Sicilia come altrove. L’abusivismo è una brutta rogna, buttar giù le case, fossero pure seconde case ed entro i 150 metri dalla battigia, fa perdere la testa ai proprietari e le elezioni ai partiti. Inutile girarci intorno, anche la storia della sfiducia a Cambiano si salda all’azione di quelle ruspe. Per quanto nella mozione di sfiducia non ve ne fosse accenno.

 

«Siamo alla vigilia delle elezioni Regionali, è del tutto evidente che molti partiti hanno voluto prendere le distanze. Anzi, dico di più: questa storia della sfiducia tanti se la giocheranno in campagna elettorale, dicendo alla gente che gliela hanno fatta pagare al sindaco che voleva buttare giù le loro case. Del resto, vedete le polemiche di questi giorni, le posizioni balbettanti e un po’ ambigue che vengono prese sull’abusivismo, i distinguo sulle prime case o sull’abusivismo di necessità. Una colossale presa in giro, per tutti i cittadini onesti. Perché se vogliamo far passare per prima casa un edificio abusivo che il padre intesta al figlio, è chiaro che non solo si sta violando la legge, ma si offende il comportamento legale della maggioranza delle persone che rispettano le regole. Io non penso che ci sia un sindaco che goda nell’ordinare una demolizione, non è così. Ma un sindaco non può fare finta di nulla. La politica, voglio dire, non può girare la testa dall’altra parte, prendere tempo, studiare escamotage per tenersi buono anche chi ha infranto la legge, devastando il territorio, sfregiando le bellezze di questa terra. Io ho soltanto operato in questa direzione».

 

E ha detto niente, signor sindaco. Lo hanno accusato di non avere saputo dialogare in Consiglio comunale, di non avere portato fondi nelle casse, forse anche di essersi un po’ fatto forte dell’immagine che si era creata intorno a lui con la storia dell’antiabusivismo. Balle, ha replicato Cambiano, anche con numeri e dati di fatto. Quanto all’eroe delle demolizioni...

 

«Ho subìto prima un’aggressione in Comune - racconta - poi attentati in abitazioni della mia famiglia, ricevuto buste con proiettili e decine di telefonate intimidatorie. Vivo sotto scorta, ed è pesantissimo. Per qualcuno, forse, sarà anche uno status symbol, per me è un tormento. Anche in questi giorni di caldo, d’estate, quando penso di uscire con mia moglie e mio figlio per fare una passeggiata, mi trattengo, pensando al fatto che con me deve muoversi anche la scorta. Ma che eroe delle demolizioni, ho soltanto cercato di portare normalità nell’amministrazione della mia città. Per scoprire, un bel giorno, che gli stessi che mi avevano sostenuto quando c’erano stati gli attentati e le minacce, erano i primi ad avere firmato la mozione di sfiducia. Faccio fatica a non ripetere ancora una volta che anche gli uomini dell’ex ministro dell’Interno, Alfano, hanno votato contro di me. Eppure proprio Alfano era venuto a dire che a Licata si voltava pagina e che non si sarebbe più tollerato l’abusivismo».

 

Deluso. Arrabbiato. Ma Cambiano non molla. Certo, racconta quasi sorridendo che quando è tornato a casa, dopo il Consiglio comunale che lo aveva sfiduciato, la moglie lo ha accolto con un sospirone di sollievo: «In questi due anni ho lavorato ininterrottamente, anche sedici, diciotto ore al giorno. E poi la tensione, lo stress, le paure. Capisco mia moglie che si è sentita quasi sollevata».

 

 

Ma ora si riparte, senza essersi mai fermati. Inutile pensare che Cambiano torni solo ad insegnare a scuola matematica. Sì, potrebbe. Ma la politica è passione. Lui, mentre pensa che prima o poi tornerà a girare liberamente per Licata con il suo scooter, adesso incassa un autentico plebiscito. Solidarietà, ma non solo. C’è chi lo vorrebbe al centro del progetto politico per la Regione. Dunque, ora e subito, non domani.

 

«Sì, mi sono arrivati centinaia di messaggi, da Licata, ma anche da altre parti d’Italia. E’ un segnale bello, certo, e fortemente indicativo. Perché vuol dire che i cittadini seguono le cose della politica e se c’è da intervenire, da dire la loro quando ritengono che sia stato interrotto un percorso virtuoso, ci sono, si fanno sentire. I cittadini vogliono trasparenza, rispetto delle leggi, serietà. Non trasformismi, non partiti che lavorano per i propri tornaconti, per assumere figli, amici, portatori di voti. Il futuro? Di mollare non penso, davvero, perché la politica è stata per me una missione, oltre che una passione. Certo, non posso dire oggi se mi candiderò, per cosa, quando. Ma il pensiero c’è. Lo devo anche a mio figlio, a mia moglie, a chi ha creduto in me. Ieri e oggi. E a chi vorrà crederci anche in futuro».

 

Cambiano sa di essere l’eroe normale di questa estate, ma si schermisce, elegantemente. La sua storia non è più solo la storia di Licata, o della Sicilia. E’ storia di questo Paese che fatica a liberarsi di poteri oppressivi, concentrati intorno a forze compromesse, spesso, con la grande criminalità, poteri che giocano sulle paure e sui disagi dei cittadini per farne eterni sudditi. Che abbiano sempre bisogno di qualcuno per qualcosa da chiedere. La storia dei diritti negati, insomma, e dei favori concessi. Oggi c’è un filo, poi, che lega Licata e Lampedusa, sotto questo aspetto. Angelo Cambiano e Giusy Nicolini.

 

«Che delusione la mancata rielezione di Giusy - confessa Cambiano - davvero. Lei mi ha scritto un messaggio la sera del consiglio della sfiducia, in cui, scherzando, mi chiedeva se secondo me fosse peggio essere sfiduciati o arrivare terzi alle elezioni. Ho risposto che, forse, è meglio terzi, in fondo stai sul podio».

 

Forse. Ma è pure vero, anche se Cambiano non lo dice, che la sfiducia di quei 21 è come se avesse fatto esplodere una bolla, liberando energie e speranze. Forse soprattutto nei cittadini alla ricerca della buona politica. E sarebbe questa, per il momento, l’ultima demolizione del sindaco Cambiano: abbattuto il luogo comune dell’antipolitica a tutti i costi. Sotto l’ombrellone la notizia è che c’è anche una politica che può essere sfiduciata perché sta dalla parte giusta, quella dei cittadini. Una buona politica, insomma.

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