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Cronaca

Due colpi in testa, poi tradimenti e tragedia: la storia dell'omicidio Timonieri

Il giovane narcotrafficante ucciso dai suoi stessi amici

Di Concetto Mannisi

Sono stati celebrati nella giornata di sabato, in forma strettamente privata, i funerali di Vincenzo Timonieri, il venticinquenne - conosciuto nel suo ambiente come “Caterina” - vittima di un caso di lupara bianca risalente allo scorso 12 febbraio. Un omicidio emerso grazie alle rivelazioni di due nuovi collaboratori di giustizia - i fratelli Michael Agatino e Antonino Marco Sanfilippo - e dietro al quale si sono sviluppate tutte le dinamiche che il putrido “codice mafioso” prevede: dai tradimenti alle “tragedie”, alcune delle quali allestite per confondere le acque in relazione a un fatto di sangue che aveva comunque determinato negli ambienti criminali non poco subbuglio, con la conseguenza che i familiari dello scomparso, compreso in che contesto era maturato l’omicidio del giovane, si stavano preparando ad organizzare un vero e proprio attacco agli ex amici di Vincenzo. In ciò sostenuti da alcuni contatti napoletani, pronti a mettere a disposizione le loro pistole per vendicare la morte di “Caterina”.

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Che è stato ucciso proprio dai fratelli Sanfilippo, su preciso ordine di Natalino Nizza e Sam Privitera (entrambi del gruppo dei Nizza, entrambi con capacità direttive riconosciute dai più), per due motivi. Il primo, probabilmente il più risibile, fors’anche un pretesto, perché i due mandanti sospettavano che Timonieri fosse diventato un confidente dei carabinieri e avesse permesso loro, la sera dello scorso 5 febbraio, di mettere le mani su quasi undici chilogrammi di marijuana appartenente al Privitera e depositata in un garage di via Lucchesi Palli. 

Il secondo, certamente il più valido, perché Vincenzo Timonieri, sfruttando le relazioni personali che era riuscito a coltivare durante una delle sue detenzioni, aveva aperto un canale di tutto rilievo con Napoli che gli permetteva di ricevere ingenti quantitativi di cocaina e marijuana.

Timonieri, che dei Nizza faceva parte, aveva messo a disposizione questa fonte di approvvigionamento, ma al tempo stesso stava lavorando anche per mettersi in proprio e per fare il salto di qualità.
Una voce che potrebbe anche essere arrivata a Privitera e a Natalino Nizza, che avrebbero deciso di eliminare il terzo incomodo e di appropriarsi di quella importante “strada” collegata con Napoli.

Da qui la decisione di eliminare il Timonieri con modalità quasi da film americano. Natalino Nizza avrebbe detto a “Caterina” che sarebbero dovuti andare a recuperare un borsone di armi appartenenti ai “cursoti milanesi”, ma nella disponibilità di uno dei fratelli Sanfilippo, che degli stessi “cursoti milanesi” aveva fatto parte praticamente fino alla tragica sparatoria di viale Grimaldi dell’agosto scorso.

La necessità di aumentare la potenza di fuoco del gruppo era legata a un episodio risalente a qualche giorno prima: Timonieri aveva visto sfrecciare nella “sua” zona, in scooter, un giovane appartenente al gruppo di Lorenzo Saitta lo “scheletro”. Lo aveva fermato, strattonato e gli aveva intimato di non passare più da quel tratto del viale Mario Rapisardi. 

Lo scooterista si era allontanato subito ma per tornare proprio in quel tratto di strada da lì a poco, in compagnia di un altro soggetto armato di pistola. Nel mirino sarebbero finiti Sam Privitera e Giovanni Magrì, figlio del ben noto Orazio, i quali fecero scivolare in terra lo scooter su cui si stavano spostando per non essere raggiunti dalle pallottole dei due pistoleri (entrambi riportarono, per quella caduta in corsa, lesioni di varia gravità). Timonieri avrebbe risposto al fuoco, ma senza colpire i due.

Insomma, ce n’era abbastanza per prendere in considerazione l’ipotesi di possibili ulteriori ritorsioni. Anche perché alcuni giorni dopo questi fatti, nella zona di “San Cocimo” tre bombe carta furono fatte esplodere davanti alla casa del suocero del Privitera, che peraltro aveva subito anche un secondo attentato ai danni della sua attività di noleggio auto (un mezzo distrutto e altri appena danneggiati, ma sol perché un passante aveva tempestivamente sollecitato l’intervento dei vigili del fuoco), in via Vittorio Emanuele. 

“Caterina” si fece convincere e quella sera salì a bordo della “Fiat Seicento” blu al cui interno, da lì a poco, sarebbe stato ucciso. Prima, però, fu convinto a lasciare in casa del Privitera la pistola (o le pistole) che portava sempre con sé, con la scusa che se durante il viaggio verso Vaccarizzo ci fosse stato un controllo da parte delle forze dell’ordine ciò avrebbe determinato l’arresto degli occupanti dell’auto per la detenzione illegale delle armi.

Sulla “Seicento” salirono i due Sanfilippo e Nizza, che invitò Timonieri a sedersi nel sedile passeggero anteriore perché il più robusto di tutti. Poi, affermando che s’era appena ricordato di un incontro con un “cliente” - almeno così raccontano i pentiti - il Nizza scese dal mezzo e lasciò “Caterina” in balìa del suo destino.

Sì, perché di lì a poco, superata la rotatoria subito dopo il fiume Simeto, in direzione Vaccarizzo, certo che in quel tratto di strada non c’erano telecamere, Michael Sanfilippo fece passare la canna della propria 9x21 attraverso il poggiatesta in plastica dell’utilitaria e sparò un colpo alla nuca del Timonieri. Quindi, poco dopo, avvertendo come un rantolo della vittima, esplose un secondo colpo alla tempia. E un terzo non appena arrivati a destinazione: un terreno sabbioso che si apre su via Pagario, al Villaggio Delfino di Vaccarizzo, dove i due sicari si erano recati il giorno prima per scavare la buca in cui sotterrare il cadavere. Fu così fatto.

Poi i Sanfilippo si recarono alle spalle dell’ospedale San Marco, dove diedero a fuoco la “Seicento”, per poi fare ritorno a casa.
Il timore di finire nel mirino di Nizza e Privitera, anche perché testimoni scomodi di un fatto di sangue di una certa gravità, fece comprendere ai due che sarebbe stato meglio avviare una collaborazione con la giustizia. Tanto più che sui Sanfilippo pendeva anche l’accusa del Timonieri di voler truffare il Privitera tagliando male la cocaina per mettere insieme più dosi da vendere.

In effetti questa era l’accusa che i Sanfilippo avevano rivolto a “Caterina” ben prima che la vittima li prendesse di mira. Ma in questo clima fu facile convincere i fratelli a portare a compimenti l’omicidio di quello che era diventato un loro potenziale nemico.

Bisognava, a quel punto, indirizzare su altri i sospetti che la famiglia di Timonieri cominciò, a un certo punto, a nutrire nei confronti degli amici del figlio. E a tale scopo vennero buoni due episodi di cui la vittima si era reso protagonista nelle settimane precedenti. La sparatoria del viale Mario Rapisardi e una truffa a due narcotrafficanti calabresi, cui proprio Vincenzo Timonieri consegnò una borsa con 105 mila euro falsi in cambio di tre chili di cocaina.
In quell’occasione il giovane sarebbe stato particolarmente spavaldo e per questo i calabresi gliel’avrebbero promessa.

Le indagini dei familiari portarono, però, sempre agli ex amici di Vincenzo. Nel caso della sparatoria del viale Mario Rapisardi i rappresentanti dello “scheletro” fecero sapere ai Timonieri che se fossero stati loro a sparare a Vincenzo avrebbero lasciato il cadavere in strada, quasi per sfregio o a volersene vantare.

Nel caso dei calabresi si giunse alla conclusione che per rintracciare il giovane era necessario l’aiuto degli amici, che se l’erano certamente venduto.
In realtà nessuna compravendita. Soltanto la voglia di eliminare la possibile concorrenza, così come soltanto in questi ambienti si riesce a fare. 

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