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Politica

Elezioni regionali, dai giochetti alle scelte: ecco lo Squid Game alla siciliana

A un anno dalla campagna elettorale le coalizioni sembrano immobili. Ma in realtà sono in corso le prove (divertenti quanto letali) per decidere alleanze e candidature

Di Mario Barresi

Alla fine ne resterà in piedi soltanto uno. Ma, ben prima delle urne, dovrà superare altre prove. I giochetti della politica siciliana. In apparenza innocui e pure divertenti. In realtà letali; per chi perde.

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È lo “Squid Game” delle Regionali. Fra un anno esatto la Sicilia sarà nel clou di una campagna elettorale combattutissima, ultimo test di peso nazionale a pochi mesi delle Politiche. Ma oggi i partiti e le coalizioni sono ben distanti dalle scelte più importanti. A partire dal nome dei candidati per Palazzo d’Orléans. Nulla di deciso, nemmeno di abbozzato. Perché si aspettano alcuni passaggi decisivi: i tavoli sulle Amministrative di Palermo, il coordinatore regionale del M5S, le trattative di Nello Musumeci con i leader nazionali del centrodestra; l’esito del processo a carico di Raffaele Lombardo. Ma soprattutto perché i protagonisti della politica regionale sono impegnati nel “Gioco del calamaro”. Proprio come i concorrenti della serie thriller-distopica di Netflix, diventata (fra le critiche per la violenza talvolta gratuita) un fenomeno mondiale.

 

1) Un, due, tre: stella!

È la prima prova. Il gioco più simile a una versione diffusa da generazioni anche fra i bimbi siciliani. Avanzare (col semaforo verde) e poi fermarsi (col rosso), restando immobili; pena l’eliminazione.

C’è riuscito, seppur con molte difficoltà, Claudio Fava col centrosinistra. L’inquietante bambola gigante, governata soprattutto dal Pd ostile, ha provato più volte a punire il presidente dell’Antimafia regionale (la sua «disponibilità» c’è da sei mesi) per l’eccesso di movimento anticipato. Ma nessuno gli ha detto no. E, visti i risultati giallorossi nei comuni, una figura extra Pd-M5S potrebbe funzionare. Anche passando dalle primarie, che Fava non teme. «Ma bisogna fare presto», incalza.
Dall’altro lato resta in piedi, nonostante i suoi passi abbiano la leggerezza di un elefante in una cristalleria, la candidatura di Cateno De Luca. Il sindaco di Messina conferma la sua tabella di marcia: dimissioni a febbraio e poi il tour elettorale «senza chi è stato compromesso con Crocetta o con Musumeci». Unica possibilità di fermarsi all’“un, due, tre: stella!”: un nome di centrodestra in discontinuità con l’attuale governatore e magari quel posto al sole nel prossimo governo regionale che qualche ambasciatore del centrodestra ha già offerto a “Scateno”. Che, per ora, ha rifiutato.

 

2) Il biscotto

È il gioco più dolce, ma anche il più cruento. E Nello Musumeci, con sprezzo del pericolo, sta provando a uscirne indenne da mesi. Nel suo barattolo di latta c’è un pezzo di zucchero con un simbolo stampato, ma ancora non s’è capito quale. Fratelli d’Italia? Dopo l’offerta di alleanza con liste in comune all’Ars con DiventeràBellissima nel 2022, a breve Giorgia Meloni scioglierà la riserva assieme ai suoi gendarmi siciliani, ai quali avrebbe confessato di essere disposta a perdonare lo “sfregio” di Nello, che nel 2019 rifiutò l’alleanza con l’allora «partitino del 2-3 per cento»; dalla direzione del movimento del governatore emerge gradimento per l’opzione FdI. La Lega? Matteo Salvini non digerì la melina con cui Musumeci rispose alla proposta di federazione con la Lega, poi accolta dagli Autonomisti. Il Capitano e il ColonNello si rivedranno, a tu per tu, nei prossimi giorni a Roma. L’incontro è stato organizzato dal segretario regionale leghista Nino Minardo, proprio uno dei nomi più caldi (gradito a Salvini) come alternativa al governatore uscente. Un disgelo in funzione anti-Meloni? Una strategia di distrazione? O soltanto un’affermazione della leadership di Minardo, insidiata dall’ingombrante neo-salviniano Luca Sammartino (candidato naturale se non ci fossero due processi di mezzo), che va ripetendo come il “Musumeci 2” sia «incompatibile» con le strategie siciliane della Lega? 

Il governatore deve sbrigarsi a scegliere il simbolo del biscotto da grattare con l’ago (potrebbe anche essere semplicemente quello di #Db), perché il favo di zucchero rischia di rompersi presto. E lui sarebbe eliminato dal gioco.

 

 

 

3) Il tiro alla fune

Un classico, ma in versione estrema: sotto c’è il vuoto. E chi sbaglia cade giù.

Anche per questo Musumeci, da un po’, ha smesso di tirare. Ottenendo il risultato che gli alleati hanno mollato la presa. La ricandidatura, dapprima quasi pretesa (c’era addirittura un documento comune da firmare, rimasto nel cassetto di uno dei rari vertici di maggioranza), ora è quasi sottintesa. «I risultati di alcune città importanti in cui il centrodestra è stato sconfitto - è l’idea diffusa nel “Pizzo Magico” - dimostra che i candidati improvvisati sono perdenti. Non c’è un’alternativa a Nello».

Chi invece sta tirando la fune con scanzonata temerarietà è Gianfranco Miccichè. La cena con Matteo Renzi, l’esperimento di “Forza Italia Viva” all’Ars, la pazza idea del fratello super manager, Gaetano Miccichè, come candidato governatore di un centrodestra d’impronta moderata, al netto della smentita di Intesa Sanpaolo sulle indiscrezioni dell’Espresso. Il viceré berlusconiano di Sicilia si muove con spavalderia sulla piattaforma del “Tug-of-War”. Potrebbe precipitare da un momento all’altro. Oppure, com’è convinto più di un big della coalizione, far cadere Musumeci nel tranello di tirare di nuovo la corda. «Non sarà lui il candidato», confida ai più intimi (e sono molti) Micicchè, sempre stuzzicato dall’ipotesi rosa-shocking Barbara Cittadini, il quale nel prossimo fine settimana riunirà Forza Italia a Mazara. Sarà lo strappo definivo?

 

4) Le biglie in coppia

In questa prova bisogna essere in due. E, oltre all’abilità del singolo, è fondamentale l’affiatamento.

La coppia più solida, in pratica un’unione politica di fatto, è quella composta da Anthony Barbagallo e Giancarlo Cancelleri. Il segretario regionale dem e il sottosegretario del M5S (che gli allibratori grillini danno come più probabile leader siciliano scelto da Giuseppe Conte, ancora però tentato da una papessa straniera) hanno sperimentato con successo il loro asse alle Amministrative, da Termini a Caltagirone, fra uno Spritz, un Gin Tonic e un sindaco eletto. Ma sta per arrivare la prova più dura: ognuno dovrà prendere le biglie dell’altro. E soltanto in quel momento si capirà se le ambizioni di Cancelleri (magari sostenute da Conte sul tavolo con Enrico Letta) non entreranno in rotta di collisione con quelle di Barbagallo. Che, lagnandosi del fatto che l’ex ministro Peppe Provenzano «non vuole tirare un calcio di rigore» rifiutando di scendere in campo, continua a tirarsi fuori con un’altra metafora pallonara: «Faccio come quando giocavo ala destra nel Trecastagni, macino chilometri sull’ala destra in attesa del cross vincente per il bomber». Che potrebbe essere, secondo l’ultimo borsino che filtra dal Pd, l’eurodeputata Caterina Chinnici. Sarà lei - magari in ticket con Cancelleri e con Fava indicato sullo scranno più alto di Sala d’Ercole -  la donna più volte evocata dai dem siciliani come «scelta di rottura»? Se lo fosse, anche Raffaele Lombardo (che chiamò la figlia del giudice Rocco, ucciso dalla mafia, come assessora in giunta) potrebbe essere tentato. L’ex governatore, squalificato dal gioco almeno fino alla conclusione del processo a Catania, resta il campione mondiale nella disciplina: sceglie sempre il partner vincente (per ora è la Lega, ma gli Autonomisti parlano sempre più con i Nello-boys) e spesso è più di uno. Alla fine, però, vince quasi sempre lui.

Le altre coppie in campo? Musumeci con Meloni (o con Salvini, o magari con nessuno dei due: resta sempre con Ruggero Razza), Miccichè con Renzi, Fava con i grillini anti-Cancelleri (Luigi Sunseri alla Regione e Giampiero Trizzino a Palermo), Roberto Lagalla con Mimmo Turano in un centrismo che piace alla Lega, Totò Cuffaro destinato a ricongiungersi con Saverio Romano. Più per necessità da “Squid Game” che per effettive affinità elettive. Soltanto una, nel 2022, quella vincente.

 

5) Il salto dei vetri

È forse la prova più atroce. Che si basa su una scelta netta fra due ponti da percorrere: uno dei due crolla subito.

Ed è il bivio davanti al quale sono le due coalizioni. Il centrodestra deve scegliere se puntare di nuovo su Musumeci, che a Meloni ha lanciato anche la sfida dei sondaggi: «Non c’è un candidato più forte di me». L’usato sicuro o il salto nel vuoto? Il problema è che nessuno ha capito qual è il ponte col vetro temperato e quello col vetro normale. L’assenza di un’alternativa forte (anche se molti, compreso “Scateno” disposto a ritirarsi in tal caso, sono convinti che gli alleati busseranno alla porta di Raffaele Stancanelli, il saggio meloniano che parla con tutti e tutti ascolta, smentendo però di voler partecipare al gioco) fin qui ha blindato il governatore. Che, comunque stimato dai leader nazionali (decisivi nella scelta finale del candidato) e con l’oggettivo vantaggio di un anno di campagna elettorale da presidente, adesso dovrebbe abbandonare la “lentitudine”: diventare «più smart», come promesso in un’intervista a La Sicilia, e aprirsi - o almeno fingere di farlo - a un confronto schietto con gli alleati. Musumeci governa, ma è anche il leader della coalizione e non può permettersi più l’algido lusso di dire «non mi occupo di politica». Se davvero non l’ha ancora fatto, è arrivato il momento di farlo.

E anche dall’altra parte si deve rischiare sulla scelta del ponte. Se Pd e M5S non accettano Fava che lo dicano con chiarezza. E con nomi alternativi: Chinnici o Provenzano, Cancelleri o Barbagallo, Nembo Kid o Wonder Woman.  Anche a costo di essere smentiti da eventuali primarie. Magari la strategia più giusta (un mix fra gazebo dem ed ex Rousseau grillino), per misurare le ambizioni degli aspiranti, quelli usciti allo scoperto e quelli ancora nascosti, magari stimolando qualche sorpresa dalla tanto invocata «società civile». Ma soprattutto per scegliere un candidato - chiunque esso sia - che, oltre al «vento favorevole», avrà anche un forte legittimazione popolare anziché il via libera al chiuso di una stanza romana. Magari imboccando la strada del ponte sbagliato.

 

6) Il gioco del calamaro

È l’ultima prova. Quella che dà il nome alla serie di Netflix, mutuandolo da un gioco di strada dei bambini sudcoreani.
Sarà il gran finale: le due squadre che, dopo aver superato tutte le altre sfide, si contendono la vittoria. Suddivise fra attacco (il centrosinistra) che si muove con una gamba e difesa (il centrodestra) con entrambe, a meno che nel frattempo non cambino le regole del gioco. Non tanto il sistema elettorale delle Regionali, che spinge molto al bipolarismo, quanto la partita per il Quirinale prevista a febbraio prossimo. Prima di quella data, infatti, la politica siciliana sarà impegnata a scannarsi nelle precedenti cinque prove: il “muoviti fermo” di paternese memoria; la scelta delle alleanze nelle formine dei biscotti; il tiro alla fune sospesi in aria; le dieci biglie col partner scelto o subìto; il ponte buono o il ponte che crolla.

Ma a quel punto non ci saranno più alibi: accordi, esperimenti, spade nelle rocce, primarie, conclavi capitolini. La battaglia conclusiva, sul campo da gioco che - in “Squid Game” - riproduce la figura stilizzata di un calamaro. Vince soltanto uno, con la sua squadra: un pescecane senza scrupoli, un salmone controcorrente, una balena magari bianca. La Sicilia, a quell’epoca, dovrà sperare che non abbia il passo del gambero.

Twitter: @MarioBarresi

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