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Covid, il report del Cts che chiedeva zona rossa: «Troppi contagi, Sicilia rischia»

Di Mario Barresi |

Nello Musumeci, infine, ha scelto l’“arancione scuro”. Una soluzione che il comitato tecnico-scientifico regionale, nel parere consegnato giovedì al governatore, aveva comunque indicato. Ma «in subordine». Perché la strada maestra degli esperti, per rispondere a «un quadro allarmante in termini assoluti», era un’altra. Ovvero: l’«adeguamento immediato delle attuali misure a quelle previste per le “zone rosse”», sul modello del Dpcm dello scorso 3 novembre, «per non meno di tre settimane», suggerendo una «rivalutazione a due settimane al fine di diversa rimodulazione su indici e parametri che tengano prioritariamente conto dello specifico contesto regionale».

Nel documento, che La Sicilia ha avuto modo di consultare, il Cts denuncia gli effetti negativi della zona gialla, mettendo nero su bianco che «i dati epidemiologici regionali confermano che le misure disposte» dal governo nazionale «hanno dimostrato inefficacia nel contenere su base regionale la diffusione del contagio». Ma anche la zona arancione tout court (quella poi disposta dal ministro Roberto Speranza, al netto della successiva stretta del governatore) viene bocciata dagli esperti siciliani, che descrivono come «sia palese l’inefficienza sul contenimento dell’epidemia» delle misure, «nonostante i provvedimenti integrativi emessi» dal governo regionale, che «ne hanno potenziato gli effetti».

La posizione intransigente dei saggi, condivisa tanto dal governatore quanto dall’assessore Ruggero Razza, è fondata sulla «necessità di una interpretazione dei dati epidemiologici regionali che sia funzionale ad una strategia globale di contenimento della epidemia su base locale e che trasversalmente in maniera armonica interessi tutti i settori della vita produttiva e sociale piuttosto che l’individuazione di misure saltuarie satelliti ed isolate come quelle adottate a livello nazionale e recepite dalle Regioni». Partendo da dati allarmanti. L’impennata dei contagi, innanzitutto: +36,25% nell’ultima settimana, con un tasso di positività salito al 18%, un’incidenza di 14,22 ogni 10mila abitanti e un incremento del numero dei focolai attivi (da 1.303 a 1.553) e dei nuovi cluster (664, più di 100 in più in una settimana), con la stima dell’indice Rrt tornato sopra quota 1. Ma il Cts si sofferma su altri due elementi significativi: il tasso di occupazione delle terapie intensive («in costante aumento») e dei posti letto nei reparti Covid, che «ha ripreso a crescere», dal 23 dicembre a oggi, ma il sistema del tracciamento che «non permette di monitorare in tale situazione l’andamento del contagio e di identificare le catene di contatto nei tempi necessari», anche perché il sistema dei tamponi molecolari «trova di fatto applicazione ed efficienza» soltanto in «ambito ospedaliero», mentre l’uso dei test antigenici rapidi «espone comunque al rischio di falsi negativi».

Fin qui la dura disamina del Cts. Che, in nome di una sorta di “autonomismo epidemiologico”, arriva pure a suggerire alla Regione tre «indicatori aggiuntivi specifici», per giustificare la «modulazione delle diverse e successive misure»: il rapporto fra tasso di positività dei tamponi molecolari e il valore medio settimanale dei tamponi positivi; il tasso di occupazione, con soglia al 75%, dei posti letto in terapia intensiva con personale dedicato, e quello dei reparti Covid (con alert al 50%). La presenza di almeno due indicatori su tre «dovrebbe rappresentare assieme alla valutazione dell’andamento di ricoveri e della loro accelerazione» nelle tre settimane precedenti, «l’indicatore di allarme massimo per la tenuta del Ssr con l’adozione delle consequenziali misure restrittive».

Il Cts, però, considera anche l’ipotesi della zona arancione rafforzata. Con un modello molto più strong di quello poi venuto fuori nell’ordinanza di Musumeci. A partire dalla stretta nelle aree metropolitane e nei comuni con più di 10mila abitanti. Con misure, di fatto, rosso fuoco: «Vietato ogni spostamento, anche all’interno del proprio Comune, in qualsiasi orario, salvo che per motivi di lavoro, necessità e salute; vietati gli spostamenti da un Comune all’altro»; «Chiusura di bar e ristoranti, 7 giorni su 7. L’asporto è consentito fino alle ore 15. Per la consegna a domicilio non ci sono restrizioni»; «Chiusura dei negozi, fatta eccezione per supermercati, beni alimentari e di necessità per i quali è prevista chiusura anticipata alle 18. Chiusi i centri estetici»; «chiusura dalle ore 15 di edicole, tabaccherie, lavanderie, parrucchieri e barbieri». Nel dossier gli esperti chiedono anche altri interventi «su tutto il territorio regionale». Oltre alla sospensione delle lezioni in classe (poi disposta) a partire dalle medie: «Sono sospese tutte le competizioni sportive salvo quelle riconosciute di interesse nazionale dal Coni e Cip. Sospese le attività nei centri sportivi. Rimane consentito svolgere attività motoria nei pressi della propria abitazione e attività sportiva solo all’aperto in forma individuale»; «Sono chiusi musei e mostre; chiusi anche teatri, cinema, palestre, attività di sale giochi, sale scommesse, bingo, anche nei bar e nelle tabaccherie»; «È vietato ogni spostamento fatto salvo quanto previsto nei comuni al di sopra di 10.000 abitanti dalle 18 di sera alle 6 del mattino. In tali orari sono chiuse tutte le attività commerciali, i negozi compresi beni alimentari e di necessità, edicole , tabaccherie, lavanderie , parrucchieri e barbieri».

Di tutto questo, però, ben poco è finito nell’ordinanza restrittiva di Musumeci. Che comunque è riuscito a mediare fra l’idea del ministro Speranza (che su tavolo aveva indicatori per i quali la Sicilia era addirittura da zona gialla) e il pressing rosso dei falchi del Cts. Decisivo, in questo senso, è stato l’intervento di Razza, che invia al presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, proprio il parere degli esperti della Regione. Un’interlocuzione che poi si sposta al ministero della Salute, che sceglie l’arancione (rafforzato da Musumeci, soprattutto sulle scuole), anziché un giallo che sarebbe peggiorato dopo sette giorni. Un compromesso, alla fine, per tenere assieme più istanze. Comprese quelle di qualche assessore regionale aperturista, che avrebbe visto come «un’auto-flagellazione» le misure chieste dal Cts. Una sana via di mezzo, dunque. Con la consapevolezza che gli esami, a pandemia in corso, non finiscono mai. «Sarà una settimana di monitoraggio, anche a livello locale. Le azioni più drastiche, in alcune zone, sono tutt’altro che scongiurate», smozzica in serata l’assessore Razza di rientro da Palermo.

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